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La PET per una diagnosi precoce dei tumori e non solo

Il suo nome deriva dall’inglese PETPositron Emission Tomography, cioè Tomografia ad Emissione di Positroni, e rappresenta una vera innovazione in molti campi della medicina, soprattutto in quello oncologico. La PET, infatti, è una metodica diagnostica di Medicina Nucleare, in grado di fornire immagini molto precise e dettagliate sulla funzione di organi o tessuti del corpo umano e può, quindi, offrire al medico informazioni accurate e precoci su molte malattie permettendo di stabilire le cure mediche o chirurgiche più appropriate. Non è un esame di screening, però, ma un approfondimento e viene eseguita per rispondere a precisi quesiti clinici.
Capiamo meglio le sue caratteristiche e indicazioni con il professor Arturo Chiti, Responsabile di Medicina Nucleare dell’IRCCS Humanitas.

Qual è la “marcia” in più della PET?

“A differenza delle altre metodiche di diagnostica per immagini (come, per esempio la TAC -Tomografia assiale computerizzata e la RM – Risonanza Magnetica) che mostrano le alterazioni morfologiche, ossia a livello di forma, degli organi” spiega il professor Chiti, “la PET consente di rilevare alterazioni funzionali, e quindi anche molto precoci, di organi e apparati. La funzione degli organi, infatti, si altera e subisce modificazioni molto prima della forma, per questo la PET è un valido aiuto per la diagnosi precoce soprattutto per alcune malattie, come i tumori, dove risulta indispensabile. Questa metodica, infatti, è in grado di valutare come avviene l’utilizzazione nell’organismo di alcune molecole, prima fra tutte lo zucchero (per questo viene spesso definita “Sugar PET”, cioè “Zucchero PET”). Infatti, alcune cellule colpite da tumore hanno un consumo di zucchero molto superiore rispetto a quello dei tessuti sani. Il meccanismo della PET è basato sulla possibilità di rendere radioattive (e quindi visibili con particolari strumenti) particelle microscopiche (gli atomi) che costituiscono le molecole di base del nostro corpo. E grazie alla risoluzione spaziale tipica della PET, molto più elevata rispetto alle metodiche tradizionali di Medicina Nucleare, si possono rilevare lesioni molto piccole, anche di pochi millimetri”.

In quali campi è utile?

“La sua applicazione principale” afferma il professor Chiti, “è sicuramente l’Oncologia. In questo campo, l’utilizzo diagnostico della PET è importante non solo per individuare il tessuto malato, ma anche per valutarne accuratamente l’estensione e per avere informazioni in tempo quasi reale sull’andamento di una cura: se le cellule malate non consumano più zucchero, infatti, significa che stanno morendo, quindi la persona sta rispondendo in modo positivo al trattamento. Con altre metodiche, invece, è necessario lasciar passare più tempo prima di poter vedere se la malattia si sta o meno riducendo. È poi molto utile anche in Neurologia per la valutazione delle demenze, perché riesce a differenziare in maniera precoce, per esempio, una demenza di tipo Alzheimer o di altro tipo mentre in Cardiologia permette di valutare il flusso del cuore e di stabilire la vitalità di parti del suo tessuto. In seguito ad un’ischemia, per esempio, consente di capire se, nonostante non vi sia il flusso di sangue al cuore, il tessuto è ancora vivo. In Ortopedia, inoltre, può essere di aiuto nella valutazione delle protesi infette e delle infezioni vertebrali”.

Come si svolge l’indagine?

L’esame è semplice, non invasivo e privo di rischi” sostiene il professor Chiti. “Alla persona viene iniettato nella vena dell’avambraccio un radiofarmaco, ossia un farmaco composto da una molecola (tracciante) in grado di mappare il processo patologico a cui è legato un atomo che emette positroni a breve emivita. Le radiazioni emesse dal radiofarmaco, una volta entrato nell’organismo, consentono al medico di seguirne il cammino attraverso gli organi, come se fosse una lampadina accesa che, evidenziando le cellule a cui si associa, permette di individuare le eventuali patologie. Infatti, i radiofarmaci usati sono composti da molecole che possono legarsi quasi esclusivamente ai tessuti di interesse per l’esame.

Una volta somministrato il radiofarmaco, la persona deve attendere che questo si diffonda nell’organismo per un tempo che va da qualche minuto fino a un’ora, al termine del quale viene fatta distendere sul lettino, in posizione supina e immobile, e un’apparecchiatura chiamata tomografo, a forma di anello aperto, esamina tutto il corpo per circa 20-30 minuti.

Immediatamente prima delle immagini PET vengono acquisite delle immagini TAC che servono per localizzare meglio le eventuali alterazioni evidenti alla PET. Il tomografo PET è solo di rilevazione e non produce ulteriori radiazioni, semplicemente registra quelle che vengono emesse dalla persona e produce le immagini, visibili sul computer, che successivamente vengono studiate dal Medico Nucleare. Durante l’esecuzione dell’esame, però,” continua il professor Chiti, “è necessario togliere tutti gli oggetti metallici, perché possono interferire con la corretta acquisizione delle immagini. Al termine, la persona può tranquillamente tornare alle proprie abitudini di vita quotidiana”.

È necessaria una preparazione particolare?

“La maggior parte delle volte la PET viene eseguita iniettando il cosiddetto FDG (che è uno zucchero), per cui è necessario il digiuno da almeno sei ore prima dell’appuntamento. Si possono bere liberamente acqua e bevande, ma non devono essere zuccherate in modo da non alterare l’esecuzione dell’indagine. Anche le persone che soffrono di diabete possono eseguire la PET con FDG, avvertendo, però, qualche giorno prima il Medico Nucleare, in modo che possa indicare loro le eventuali modifiche alla loro cura. In ogni caso, prima dell’esecuzione viene sempre misurata la glicemia (cioè la quantità di zucchero presente nel sangue). Prima di effettuare l’esame è importante che il paziente svuoti la vescica, per permettere la completa visualizzazione degli organi”.

Ci sono controindicazioni?

“La PET” spiega il professor Chiti “non è un’indagine pericolosa, la quantità di radioattività iniettata, infatti, è bassa. Le sostanze impiegate, inoltre, non sono nocive e, in genere, non provocano effetti collaterali, né allergie, quindi, chiunque può essere sottoposto ad uno studio di questo genere, dal neonato alla persona anziana, su precisa indicazione del medico curante. Tuttavia, è necessario evitare la PET alle donne in attesa, perché non è giustificato sottoporre il feto a inutili radiazioni. Pertanto, è bene segnalare eventuali gravidanze in atto o ritardi del ciclo mestruale al Medico Nucleare. Se, invece, la “dolce attesa” dovesse arrivare anche a breve distanza di tempo dall’esecuzione dell’esame, non ci si deve preoccupare perché non esiste alcun problema per il feto.
Per lo stesso discorso” prosegue il professor Chiti “anche durante il periodo dell’allattamento è necessario che le donne segnalino al medico questa circostanza per ricevere istruzioni sul periodo della necessaria interruzione, in modo da evitare che la sostanza in circolo nell’organismo della donna passi inutilmente, attraverso il latte, al bambino appena nato e in fase di crescita”.

Si può eseguire con il SSN?

“Certo. La PET è una metodica che può essere eseguita sia privatamente, sia con il Servizio Sanitario Nazionale”.

Specialista in Medicina Nucleare

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