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Humanitas è un ospedale ad alta specializzazione, centro di Ricerca e sede di insegnamento universitario.
All’interno del policlinico, accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale, si fondono centri specializzati per la cura dei tumori, delle malattie cardiovascolari, neurologiche ed ortopediche, oltre a un Centro Oculistico e a un Fertility Center.
Humanitas è inoltre dotato di un Pronto Soccorso EAS ad elevata specializzazione.

La Qualità della cura e dell’assistenza è il primo obiettivo di Humanitas, con l’intento di favorire un miglioramento continuo, a beneficio dei pazienti. Qualità significa anche capacità di analisi, per misurarci e migliorare in modo trasparente e innovativo, equilibrando efficacia clinica,
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Humanitas News

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COVID-19 e tumori: la riduzione degli screening e il calo delle diagnosi

La pandemia COVID-19 con la quale stiamo tutt’ora convivendo ha determinato forti cambiamenti in moltissimi settori, compreso quello della sanità, e ha richiesto una concentrazione di energie nella gestione dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2. L’emergenza ha purtroppo spostato in secondo piano altre patologie e ha impattato sull’aderenza diagnostica e terapeutica dei pazienti.

Il tema è stato al centro del quarto Congresso nazionale di Fondazione Onda, svoltosi in forma virtuale a fine settembre, al quale ha preso parte anche il professor Armando Santoro, Direttore di Humanitas Cancer Center, con un intervento dedicato all’inquadramento epidemiologico in ottica di genere in oncologia.

La gestione dei pazienti oncologici durante la pandemia

“La pandemia ha reso più difficile la gestione dei pazienti oncologici da tutti i punti di vista: dello screening, della diagnosi precoce, delle terapie e del follow up.

Quello che sappiamo, oggi, è che i pazienti oncologici non corrono un maggior rischio di contrarre il virus rispetto agli altri; che la presenza del cancro non influenza la gravità e la prognosi di COVID-19 e che i pazienti oncologici che hanno contratto il virus e che sono morti, erano perlopiù pazienti anziani, con comorbidità e tumori avanzati e pluri-trattati. Sono elementi importanti di cui tenere conto in futuro, anche se ci auguriamo di non vivere un’altra fase di emergenza come quella che abbiamo affrontato nei mesi di febbraio e marzo”, sottolinea il professor Santoro.

L’impatto della pandemia sui tumori

“Durante il lockdown abbiamo continuato a curare i pazienti assicurando loro i trattamenti antitumorali e gli interventi chirurgici non rimandabili. Sappiamo però che si è registrata nel nostro Paese una riduzione del numero di nuove diagnosi1. Un dato preoccupante, dovuto a diversi fattori: l’interruzione dei programmi di screening, la difficoltà dei medici a gestire i casi sospetti di tumore e il timore dei pazienti a tornare, da maggio in poi, negli ospedali e negli ambulatori per screening e controlli”, prosegue il prof. Santoro.

Il tema non riguarda naturalmente solo l’Italia. Norman E. Sharpless, Direttore del National Cancer Institute (NCI), in un editoriale pubblicato su Science lo scorso giugno si chiede che cosa si possa fare per limitare queste conseguenze, anche in virtù della previsione dell’aumento di mortalità – soprattutto nei tumori del seno e del colon-retto – per la mancata esecuzione degli screening.

“È una previsione compiuta nel panorama statunitense, ma è un allarme che riguarda anche il nostro Paese”, sottolinea il prof. Santoro.

Riprendere gli screening e sottoporsi ai controlli

“Alla luce di queste considerazioni è importante innanzitutto invitare ancora una volta i pazienti a non rimandare le cure e a riprendere gli screening e i controlli: tutto può essere fatto in completa sicurezza.

Laddove ci trovassimo a dover affrontare una nuova fase acuta dell’emergenza, dovremo – forti dell’esperienza dei mesi passati – essere capaci sia di offrire standard di terapia ottimali ai pazienti oncologici, ma anche di mantenere attive le campagne di screening. Non possiamo infatti mettere a rischio la riduzione dell’incidenza e della mortalità che abbiamo finora ottenuto grazie all’identificazione precoce delle lesioni pre-cancerose con gli screening”, ha concluso il prof. Santoro.

  1. Per saperne di più, è consultabile il rapporto del gruppo di lavoro dell’Osservatorio Nazionale Screening: Rapporto sui ritardi accumulati alla fine di maggio 2020 dai programmi di screening Italiani e sulla velocità della ripartenza.

 

 

 

 

 

 

 

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Tumore al seno: la prevenzione primaria per ridurre i fattori di rischio

Il carcinoma mammario è uno dei tumori più diffusi in Italia, dove colpisce 1 donna su 9 nel corso della vita, con una percentuale che aumenta con il crescere dell’età. Il tumore ha origine quando le cellule della ghiandola mammaria si sviluppano in modo incontrollato, e se non viene trattato in tempo c’è il rischio che si diffonda ad altri tessuti, o per prossimità, o attraverso il circolo sanguigno trasformando il cancro in una patologia sistemica che coinvolge altre parti dell’organismo.

I fattori di rischio per il tumore al seno sono diversi. Alcuni non sono modificabili, altri invece sì ed è a questi che ci riferiamo quando parliamo di prevenzione primaria. Approfondiamo l’argomento con la dottoressa Erika Barbieri, senologa in Humanitas.

I fattori di rischio non modificabili

Alcuni dei fattori che concorrono alla possibilità di contrarre un carcinoma mammario, purtroppo, non possono essere modificati dai comportamenti del paziente. Sono fattori di rischio come il genere, infatti secondo le stime, a differenza delle percentuali femminili, solo 1 uomo su 629 contrarrà il tumore della mammella nel corso della vita; l’età; la densità del seno, poiché seni in cui il tessuto fibroso e ghiandolare è superiore al tessuto adiposo hanno una probabilità maggiore di sviluppare un cancro; e la presenza nel seno di accumuli di cellule differenti da quelle normali, seppur non tumorali (iperplasie atipiche). 

Altri fattori non modificabili sono la familiarità (legata alla presenza di mutazione genetica BRCA1-2-); una comparsa del ciclo mestruale precoce, prima dei dodici anni; una menopausa tardiva dopo i cinquantacinque anni; e aver effettuato radioterapia o essere stati esposti a radiazioni, soprattutto in giovane età.

Tumore al seno: la strada della prevenzione primaria

Quando parliamo di prevenzione primaria, intendiamo tutti quegli stili di vita che diminuiscono le possibilità di contrarre un carcinoma mammario. Non si tratta dunque di una serie di precetti che danno la certezza di non ammalarsi mai, ma una serie di accorgimenti che, a livello statistico, potrebbero  ridurre la probabilità di contrarre un tumore della mammella

Come abbiamo detto, il rischio aumenta con l’età e se bisogna fare sempre attenzione all’obesità, soprattutto addominale (dunque a un girovita con diametro superiore agli 88 centimetri), dopo la menopausa diventa fondamentale mantenersi al di sotto della soglia di rischio. All’aumento di peso, inoltre, si associa spesso una scarsa abitudine all’attività fisica: la sedentarietà fa parte delle concause di molti tumori, dunque sarebbe opportuno ricordarsi di svolgere settimanalmente un minimo di 75 minuti di attività fisica intensa (dunque andare in palestra, correre e in generale dedicarsi a uno sport)  e 150 minuti di attività moderata (termine che indica anche piccoli sforzi, come le pulizie domestiche, il giardinaggio o passeggiate a ritmo sostenuto).

Un capitolo fondamentale nella prevenzione oncologica, ma non solo, è quello che dedichiamo alla dieta e questo vale anche per il carcinoma mammario. Nello specifico la raccomandazione è quella di ridurre il consumo di alcolici e mantenere un’alimentazione ricca di frutta, verdure e fibre e povera di carne rossa, carne lavorata, grassi saturi e zuccheri.
Infine sembra aumentare il rischio di tumore al seno anche il fumo di sigaretta: un altro comportamento da evitare.

Mutazioni genetiche e prevenzione secondaria

Per tutte quelle pazienti affette da una mutazione genetica dei geni BRCA1-2, e che dunque hanno un maggior rischio di sviluppare un tumore della mammella o dell’ovaio, le strade percorribili sono due.

La prima è ancora afferente alla prevenzione primaria ed è la mastectomia profilattica bilaterale. Si tratta dell’asportazione chirurgica del seno, seppur non ancora malato: un’operazione che non azzera il rischio (perché non viene asportata la totalità delle cellule del tessuto mammario) ma lo riduce del 90%.

La seconda, invece, meno invasiva, consiste nella cosiddetta prevenzione secondaria o diagnosi precoce. Si intende dunque una serie di esami diagnostici, come la visita senologica, la mammografia, l’ecografia e la Risognanza Magnetica Nucleare (RMN) mammaria bilaterale con mezzo di contrasto, effettuati con cadenza regolare secondo le indicazioni dello specialista. Ovviamente la diagnosi precoce, come dice il nome, non può ridurre il rischio di sviluppare un carcinoma, ma permette di individuare un tumore quando è ancora in una fase iniziale e trattarlo  con approcci sia chirurgici che terapeutici meno invasivi per la paziente e conseguentemente con una possibilità di prognosi più favorevole.

 

 

 

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