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Humanitas Research Hospital

Humanitas è un ospedale ad alta specializzazione, centro di Ricerca e sede di insegnamento universitario.
All’interno del policlinico, accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale, si fondono centri specializzati per la cura dei tumori, delle malattie cardiovascolari, neurologiche ed ortopediche, oltre a un Centro Oculistico e a un Fertility Center.
Humanitas è inoltre dotato di un Pronto Soccorso EAS ad elevata specializzazione.

La Qualità della cura e dell’assistenza è il primo obiettivo di Humanitas, con l’intento di favorire un miglioramento continuo, a beneficio dei pazienti. Qualità significa anche capacità di analisi, per misurarci e migliorare in modo trasparente e innovativo, equilibrando efficacia clinica,
esperienza del paziente e sostenibilità.
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7 Unità Operative

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5 Unità Operative

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7 Unità Operative

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5 Unità Operative

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Humanitas News

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Epicondilite: quando si rischia il gomito del tennista?

Epicondilite, epicondilalgia omerale, gomito del tennista: sono tutti modi con cui chiamiamo una particolare tendinopatia a carico dei tendini estensori del polso e delle dita. L’infiammazione origina quando i tendini che si inseriscono sull’epicondilo laterale omerale all’altezza del gomito, subiscono una degenerazione che scompagina le fibre elastiche e le sostituisce con fibre cicatriziali.
A volte tale degenerazione può essere indotta da una serie di microtraumi o overuse per esempio a causa di ripetute posizioni innaturali e sforzi del braccio.

Si tratta di una patologia molto comune, in Italia infatti colpisce dall1% al 3% della popolazione tra i 25 e i 60 anni: dunque tutte persone in età lavorativa. Si tratta infatti di un disturbo che affligge chi, nello svolgimento di mansioni ripetitive, si trova costretto a mantenere gomito e braccio in una posizione innaturale per un tempo prolungato. Per esempio chi svolge mansioni “da scrivania” e dunque lavora al computer per svariate ore al giorno, oppure i camerieri, o ancora i meccanici.
Abbiamo approfondito l’argomento con il dottor Mario Borroni, ortopedico e traumatologo in Humanitas.

Epicondilite: una patologia comune e dolorosa

Associata a gesti e abitudini quotidiane, che i pazienti non percepiscono come dannose, l’epicondilite spesso viene presa sottogamba. Il rischio di una diagnosi tardiva, però, è la cronicizzazione del disturbo.

Ma quali possono essere i campanelli d’allarme del gomito del tennista? Per prima cosa, si tratta di una patologia che provoca la perdita di elasticità del tendine e, dunque, compromette i movimenti del polso e del gomito. Il dolore si irradia nel braccio a ogni movimento, anche durante le azioni più semplici. Per queste sue caratteristiche e la tendenza a cronicizzarsi, il gomito del tennista può diventare con il passare del tempo un disturbo invalidante, che, impedendo il normale svolgimento delle attività quotidiane, ha un notevole impatto sulla qualità della vita dei pazienti.

Fisioterapia e tanto riposo: la cura per lepicondilite

La diagnosi di epicondilite avviene principalmente tramite palpazione dell’epicondilo e da test specifici, che, se positivi, indicano la presenza della patologia. Una volta stabilita la gravità del problema l’approccio sarà, se possibile, conservativo, dunque lo specialista cercherà di evitare quanto possibile la chirurgia, che non è detto abbia esito risolutivo, e di sostituirla con cure di altro tipo.

Queste generalmente prevedono l’utilizzo di antinfiammatori, terapie fisiche (laserterapia e onde d’urto focali per migliorare la microvascolarizzazione locale), sedute di fisioterapia e stretching da fare a casa per permettere ai tendini di recuperare l’elasticità, e tanto riposo. Quest’ultimo punto è di particolare rilevanza: per permettere che gli altri trattamenti abbiano esito positivo, infatti, gomito e polso dovranno evitare quei movimenti che provocano lo sforzo del tendine.

Tutte queste terapie hanno lo scopo di aumentare sia l’elasticità del tendine, sia di migliorare la vascolarizzazione. I due aspetti, infatti, sono strettamente correlati, e concorrono a condizionare la capacità di movimento del tendine e, dunque, il dolore provato dal paziente.

 

 

 

 

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Genetica nella malattia di Parkinson: Humanitas ha ospitato il congresso internazionale del consorzio GEoPD

Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa appartenente al gruppo dei cosiddetti “Disordini del Movimento”. È una patologia ad andamento lento ma progressivo e che coinvolge prevalentemente le funzioni del controllo del movimento e dell’equilibrio.

Sono diversi i fattori genetici e ambientali che concorrono allo sviluppo della malattia di Parkinson, ma le cause alla sua origine non sono ancora del tutto note.

Molti gruppi di Ricerca nel mondo sono impegnati nello studio di questa malattia e alcuni di questi gruppi sono riuniti in consorzi. È il caso del consorzio GeoPD (Genetic Epidemiology of Parkinson Disease) che si è appena ritrovato nell’annuale Congresso, organizzato, in modalità virtuale, presso il Centro Congressi di Humanitas.

Grazie al professor Stefano Duga, docente di Biologia Molecolare in Humanitas University e coordinatore del Congresso insieme al dottor Alessio Di Fonzo, neurologo del Policlinico di Milano, vediamo i temi al centro del meeting dedicato alla genetica nella malattia di Parkinson.

I temi al centro del Congresso

“Giovedì 15 e venerdì 16 ottobre si è tenuto il meeting annuale del consorzio GeoPD: si tratta di un consorzio che riunisce i principali gruppi di Ricerca al mondo che si occupano delle componenti genetiche nella malattia di Parkinson e che punta a promuovere l’informazione, la ricerca scientifica e lo sviluppo traslazionale (ovvero il passaggio dalla ricerca all’attività clinica) in questa patologia. Il consorzio opera dal 2004 e vede la collaborazione di 60 gruppi nei sei continenti.

Il meeting è strutturato su due giornate, alla prima partecipano i membri del consorzio, mentre la seconda è tradizionalmente aperta a tutti. Avremmo dovuto ospitare parte del Congresso a Milano, in Humanitas, ma poi la situazione sanitaria ha richiesto lo svolgimento in modalità virtuale di entrambe le giornate”, spiega il prof. Duga.

La genetica nella malattia di Parkinson

“Nel corso della prima giornata abbiamo condiviso l’avanzamento dei progetti dei diversi gruppi del consorzio sui vari aspetti della genetica: dalle forme familiari del Parkinson alle componenti di rischio genetico nelle forme sporadiche di malattia, dagli studi longitudinali che nel corso del tempo osservano particolari popolazioni di pazienti dal punto di vista – per esempio – dell’evoluzione della malattia o dell’andamento della terapia, a progetti su sottopopolazioni di pazienti che presentano forme di malattia con una chiara componente genetica ma nelle quali non tutti gli individui portatori di una variante di predisposizione sviluppano la malattia; si tratta quindi di capire quali sono gli altri fattori genetici e ambientali che contribuiscono a causare i sintomi clinici”.

Il Global Parkinson’s Genetic Program

“La seconda giornata ha visto anche la partecipazione di scienziati esterni al consorzio. Nel corso della mattinata è stato presentato il Global Parkinson’s Genetic Program (GP2) guidato da Andrew Singleton, neurogenetista britannico che lavora negli Stati Uniti. Il programma ha raccolto il DNA di 150mila volontari nel mondo (pazienti con Parkinson, soggetti con fattori di rischio e soggetti di controllo) con l’obiettivo di comprendere maggiormente la struttura genetica della malattia e fare qualche passo avanti nell’individuazione dei fattori di rischio genetici.

Si tratta di un progetto che ha durata quinquennale e che è fondamentale diffondere sia per avere ulteriori adesioni sia perché sarà uno strumento utile per costruire maggiore conoscenza sulla malattia di Parkinson a livello globale”, prosegue il prof. Duga.

Malattia di Parkinson e mutazione del gene GBA

“Un altro tema al centro della seconda giornata è stato il legame tra malattia di Parkinson e il gene GBA (che codifica per l’enzima beta-glucosidasi acida, chiamato anche glucocerebrosidasi). Questo gene, se mutato in entrambi gli alleli, è responsabile della malattia di Gaucher: una malattia genetica lisosomiale determinata dalla carenza della glucocerebrosidasi che si trova nei lisosomi, piccoli organelli cellulari responsabili della degradazione delle componenti cellulari non più utili. L’enzima glucocerebrosidasi trasforma il glucocerebroside, una sostanza che deriva dalle cellule degradate, in zuccheri (glucosio) e grassi (ceramide) riutilizzabili. Nei soggetti in cui l’enzima glucocerebrosidasi è carente, il glucocerebroside non viene adeguatamente trasformato e pertanto si accumula nei lisosomi dei macrofagi che si ingrandiscono. I macrofagi così ingrossati, detti cellule di Gaucher, si concentrano in particolare nella milza, nel fegato e nel midollo osseo e ne alterano le funzioni.

Si è scoperto che un portatore di una mutazione nel gene GBA allo stato eterozigoti (che di per sè non causa la malattia di Gaucher) ha un rischio circa 5 volte più alto rispetto alla popolazione generale di sviluppare il Parkinson. La malattia di Parkinson, quando causata da varianti in questo gene si sviluppa più precocemente (circa 5 anni prima rispetto alla media dei malati di Parkinson, e ha in genere un’evoluzione più rapida e maggiore rischio di decadimento cognitivo. La notizia positiva, però è che sono in corso diverse sperimentazioni cliniche volte a valutare l’efficacia di alcune molecole che stimolano la funzione dell’enzima o viceversa inibiscono la sintesi del suo substrato (il glucocerebroside) riducendo gli accumuli di glucocerebroside nel sistema nervoso centrale”.

Il professor Duga, insieme al dottor Di Fonzo hanno presentato gli studi che sono in corso a Milano per comprendere meglio i fattori di rischio genetici che modulano le manifestazioni cliniche della malattia. Queste informazioni sono fondamentali per individuare per tempo i soggetti a maggiore rischio di malattia e per intervenire precocemente con terapie “personalizzate” basate sui dati molecolari del singolo paziente. Il dottor Pablo Sardi (di Sanofi) ha concluso il congresso con un’interessante panoramica sulle sperimentazioni cliniche in corso, che aprono prospettive importanti per la cura dei malati di Parkinson.

“È stata una due giorni interessante e vivace ed è stata anche l’occasione per alcuni giovani studenti o ricercatori di presentare i propri lavori a una platea internazionale: un momento di forte crescita per loro di cui siamo molto orgogliosi. Ringrazio tutti i partecipanti e tutti coloro che presso il Centro Congressi di Humanitas si sono spesi per la buona riuscita dell’evento”, ha concluso il professor Duga.

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