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COVID-19: la gestione della malattia a casa

Come sappiamo, COVID-19 è una patologia causata da un virus di cui la comunità scientifica è venuta a conoscenza solo nel dicembre 2019: il virus SARS-CoV-2. Una situazione inedita, che ha comportato e continua a comportare nuove e complesse sfide. Nel corso dell’ultimo anno è via via aumentata la conoscenza sul nuovo virus, sui sintomi che provoca l’infezione e sull’efficacia dei diversi trattamenti, permettendo così di migliorare la gestione clinica dei pazienti con COVID-19.

Tuttavia, ancora oggi, non disponiamo di una cura specifica per COVID-19 e le terapie adottate sono modulate sui sintomi e sulla storia clinica dei singoli pazienti.

Non tutti i pazienti con COVID-19 necessitano di assistenza ospedaliera, la maggior parte dei pazienti che contraggono l’infezione sono gestiti a casa, presi in carico dai medici di medicina generale (o dai pediatri in caso di minori).

Il Ministero della Salute nella circolare dal titolo “Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2” fornisce indicazioni operative sulla gestione a casa dei pazienti COVID-19, sottolineando come lo sforzo sia in una razionalizzazione delle risorse così da poter assicurare a ogni cittadino la giusta assistenza a seconda della gravità del quadro clinico.

Il ruolo dei medici di medicina generale e dei pediatri

I medici di medicina generale e i pediatri giocano un ruolo centrale nella gestione domiciliare dei pazienti COVID-19, grazie alla presenza capillare sul territorio e alla conoscenza dei propri assistiti.

In collaborazione con le Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA) e altre eventuali unità di assistenza attivate localmente, si occupano, per esempio, di:

  • Identificare i soggetti a rischio di contagio;
  • Segnalare i casi sospetti che necessitano del test molecolare (tampone);
  • identificare eventuali condizioni abitative e familiari che impediscono l’isolamento domiciliare;
  • monitorare e gestire i pazienti presso il domicilio;
  • prescrivere norme di comportamento e terapie di supporto e istruire sull’utilizzo dei presidi di monitoraggio;
  • identificare precocemente parametri e/o condizioni cliniche che possono indicare la necessità di una valutazione ospedaliera;
  • identificare gli assistiti con più di 70 anni e portatori di 3 o più patologie a rischio;
  • identificare gli assistiti che soffrono di patologie a rischio (come tumori, obesità morbigena, condizioni psichiatriche gravi).

La gestione dei pazienti con COVID-19 in forma lieve

I pazienti con malattia lieve, secondo la classificazione dei National Institutes of Health (NIH) statunitensi, presentano in genere sintomi lievi (febbre, tosse, alterazione del gusto, malessere, cefalea, mialgia ovvero dolori muscolari), non hanno difficoltà respiratorie (dispnea) né alterazioni rilevabili a livello radiologico.

Per questi soggetti è indicata la sorveglianza a casa da parte del medico di medicina generale e di un membro della famiglia; il medico dovrà dunque tenere conto nella sua iniziale valutazione del contesto sociale del paziente (condizioni domiciliari generali e presenza di un caregiver che possa contribuire alla gestione del paziente). Il paziente e il caregiver dovranno essere informati in merito alle norme da seguire relative all’isolamento domiciliare così da garantire al paziente una cura appropriata che non metta però a rischio il caregiver ed eventuali altri conviventi.

La misurazione dell’ossigenazione del sangue con il saturimetro

Come abbiamo visto, a COVID-19 possono associarsi difficoltà respiratorie e nei casi più seri la malattia può causare una polmonite interstiziale. L’infezione infatti può coinvolgere gli alveoli polmonari, dove avvengono gli scambi gassosi tra aria e sangue, compromettendone il buon funzionamento. Questo può determinare un calo nella percentuale di ossigeno che si lega all’emoglobina (saturazione), con conseguente diminuzione di apporto di ossigeno a organi e tessuti. È grazie al legame con l’emoglobina, infatti, che l’ossigeno viene trasportato nel sangue raggiungendo l’intero organismo.

La saturimetria è dunque un parametro importante nel monitorare l’infezione SARS-CoV-2 e per tutta la durata dell’isolamento i pazienti a casa devono monitorare la saturazione con un saturimetro, un piccolo apparecchio di facile utilizzo. Il saturimetro si applica all’estremità di un dito come una molletta (o anche al lobo dell’orecchio) e sul display appare il risultato, espresso in percentuale, dell’emoglobina legata all’ossigeno.

I valori della saturazione: quando avvisare il medico?

In pazienti sani adulti, non fumatori, una saturazione superiore a 95% è considerata normale. Con l’avanzare dell’età, in particolare dopo i 70 anni, la capacità di saturazione può ridursi con valori al di sotto di 94%, soprattutto in presenza di patologie polmonari e/o cardiovascolari.

La misurazione della saturazione domiciliare è fondamentale per individuare la cosiddetta “ipossiemia silente”: una condizione clinica caratterizzata da bassi livelli ematici di ossigeno pur in assenza di evidenti difficoltà respiratorie, tipica di COVID-19 e segno di un peggioramento delle condizioni del paziente.

Il valore soglia di saturimetria per i pazienti con COVID-19 in assistenza domiciliare è il 92%, ma un livello inferiore al 94% rappresenta già un segno clinico importante e in questo caso occorre che il paziente consulti il proprio medico di medicina generale per valutare insieme l’opportunità di una verifica in ospedale.

Come si cura a casa COVID-19?

I casi lievi di COVID-19 (siano essi già confermati con tampone positivo o siano casi sospetti) non necessitano, in genere, terapie specifiche al di là di terapie volte al miglioramento e al controllo di eventuali sintomi.

In particolare, nei soggetti sintomatici o che presentano sintomi lievi (i cosiddetti paucisintomatici) si raccomanda di:

  • misurare periodicamente la saturazione dell’ossigeno;
  • utilizzare al bisogno farmaci per la gestione dei sintomi, come paracetamolo;
  • assicurarsi un’adeguata alimentazione e una corretta idratazione;
  • proseguire come di consueto eventuali terapie croniche già in corso per altre patologie (per esempio terapie anti-ipertensive, ipolipemizzanti, anticoagulanti o antiaggreganti);
  • non utilizzare antibiotici. Un loro uso eventuale è da riservare solo in presenza di sintomatologia febbrile persistente per oltre 72 ore o laddove il medico sospetti una sovrapposizione batterica o in caso di infezione batterica confermata da un esame microbiologico.
  • non utilizzare farmaci mediante aerosol se in isolamento con altri conviventi, per il rischio di diffusione del virus nell’ambiente.

Il Ministero inoltre raccomanda ai medici di medicina generale e ai pediatri di non utilizzare abitualmente corticosteroidi (il cui uso è raccomandato solo in alcuni casi gravi), di non utilizzare eparina (anch’essa indicata solo in pochi casi selezionati) e di non utilizzare idrossiclorochina, la cui efficacia non è stata confermata in nessuno degli studi clinici controllati condotti finora.

Non esistono inoltre, al momento, evidenze solide derivanti da studi clinici controllati dell’efficacia di supplementi vitaminici e integratori alimentari (come la vitamina D, la lattoferrina, la quercitina).

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