Nel corso di EASL 2018, il meeting annuale della European Association for the Study of the Liver, che si è tenuto a Parigi dall’11 al 15 aprile scorsi, il professor Alessio Aghemo, Capo Sezione del Centro per lo studio e la cura delle patologie metaboliche del fegato e delle complicanze delle cirrosi di Humanitas e docente di Humanitas University, ha presentato le nuove raccomandazioni per la diagnosi e il trattamento dell’epatite C. Il professore è infatti uno degli esperti che ha lavorato alla revisione di queste raccomandazioni.

Le nuove indicazioni per la terapia

“Le nuove raccomandazioni EASL sono state disegnate con lo scopo di offrire a ogni singolo paziente affetto da epatite C almeno una possibilità terapeutica basata sulla combinazione di antivirali diretti, i cosiddetti DAA. Le ultime raccomandazioni includono 2 nuovi regimi: la combinazione tra glecaprevir e pibrentasvir già in uso in Humanitas e la combinazione tra sofosbuvir, velpatasvir e voxilaprevir che a breve sarà iniziata nei primi pazienti. I due regimi sono pangenotipici (ovvero efficaci contro tutti i ceppi dell’HCV) e possono essere somministrati senza ribavirina.

Rimangono utilizzabili anche i regimi di sofosbuvir/velpatasvir e grazoprevir/elbasvir che sono somministrati in Humanitas già da 12 mesi circa.

Tutti i regimi sono considerati sovrapponibili in termini di efficacia e in termini di sicurezza, tranne che in gruppi di pazienti selezionati (come gli immunocompromessi o i trapiantati) nei quali si suggerisce come prima linea il trattamento con regimi basati su sofosbuvir; questo perché le interazioni farmacologiche sono minori e perché ci sono più dati a supporto di queste combinazioni (specialmente con sofosbuvir e velpatasvir)”, spiega il prof. Aghemo.

Il genotipo 3

I pazienti con epatite C di genotipo 3 sono i più difficili da trattare. “Il genotipo 3 rappresenta infatti un problema delicato. Abbiamo disponibili tre regimi e riteniamo che la combinazione ottimale nel paziente non cirrotico sia una combinazione di glecaprevir e pibrentasvir o sofosbuvir e velpatasvir, che presentano la stessa efficacia e la stessa sicurezza.

Nel paziente cirrotico invece, il consiglio è di utilizzare glecaprevir e pibrentasvir o sofosbuvir, velpatasvir e ribavirina”, ha sottolineato il professore.

Le novità nella diagnosi

Nonostante a oggi In Italia siano stati trattate più di 120.000 persone con HCV (Humanitas ha trattato circa 700 pazienti), molti pazienti non sanno di avere l’epatite cronica oppure anche se sono a conoscenza della malattia non sono stati inviati dagli specialisti.

E dunque, come spiega il professor Aghemo: “C’è molto lavoro da fare da questo punto di vista: il nostro Paese infatti è leader a livello europeo per quanto riguarda il trattamento antivirale e l’accesso alle terapie che è universale, ma manca un piano per la diagnosi dei pazienti che non sono noti e di linkage to care (progetto di cura) di coloro che sono seguiti solo dal medico di base o da centri non specialistici.

Oltre alle procedure di screening, vi sono strategie che potremmo applicare nella nostra pratica clinica per semplificare la diagnosi, come test rapidi che danno risultati sull’HCV-RNA in qualche ora e che potrebbero per esempio essere applicati in day hospital, così da avere i risultati in tempo reale e inserire direttamente i pazienti nei percorsi di cura. Oppure potremmo utilizzare dei test a distanza sul sangue periferico, che potrebbe effettuare il medico di base nel suo studio per poi inviare i campioni in ospedale o a laboratori periferici per l’analisi. Si potrebbe poi ricorrere a un test reflex, come si fa per esempio per le alterazioni della tiroide, che prevede l’esecuzione dell’anti-HCV in laboratorio e in caso di positività viene testato direttamente dal laboratorio l’HCV-RNA. Il vantaggio è che si eviterebbe di richiamare il paziente più volte, snellendo così il percorso di diagnosi”, ha concluso il professor Aghemo.