Si è a lungo pensato che la cartilagine e i tessuti ossei danneggiati non potessero rigenerarsi, ma grazie ai progressi nel campo della ricerca che hanno smentito questa convinzione, si sono aperti numerosi filoni di ricerca internazionale che puntano alla ricostruzione articolare biologica.

Sul tema sono intervenuti il professor Maurilio Marcacci, Responsabile del Centro per la ricostruzione articolare del ginocchio in Humanitas, e la professoressa Elizaveta Kon, specialista del Centro e Responsabile della sezione di Ortopedia traslazionale, in un servizio di Tg2 Medicina 33.

“Si sta percorrendo questa strada perché si è visto che la cartilagine possiede una certa capacità di rigenerarsi, soprattutto se si è stati in grado di correggere le ragioni alla base del danno. L’uso di materiali che ricostruiscono la cartilagine e l’osso aiutano la cartilagine in questa rigenerazione”, spiega il prof. Marcacci.

L’uso degli scaffold

Il trattamento può prevedere l’uso degli scaffold, speciali strutture di sostegno realizzati con biomateriali all’avanguardia: “Sono studi clinici di efficacia, in cui paragoniamo i biomateriali nuovi a tecniche più tradizionali considerate di routine. Obiettivo degli studi è dimostrare che le nuove tecniche sono più valide scientificamente rispetto a quelle già consolidate nella pratica clinica.

Si individua l’area del ginocchio che è andata incontro alla degenerazione e nel corso di un intervento chirurgico, si inserisce lo scaffold all’interno dell’articolazione al posto dell’osso e della cartilagine danneggiata. Le cellule arrivano poi dall’osso e dal midollo del paziente stesso, entrano nello scaffold e ricreano l’osso e la cartilagine. Lo scaffold dovrebbe così scomparire nel giro di un anno, in quanto bioattivo e completamente riassorbibile”, racconta la professoressa Kon.

Quando si preferisce la ricostruzione articolare alla protesi?

“Tendenzialmente si cerca di intervenire sulla ricostruzione articolare nei pazienti giovani, con alte richieste funzionali e con un futuro davanti”, precisa la professoressa.

“L’indicazione è basata sulla gravità della malattia – aggiunge il prof. Marcacci. Una malattia molto grave in un paziente giovane obbliga all’uso di protesi articolari. Un paziente che presenta una gravità modesta, anche a una certa età, può essere trattato in maniera conservativa. È poi difficile pensare di ricostruire la cartilagine se prima non si è individuata la ragione per cui è successo: è dunque fondamentale una diagnosi accurata”.

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