Le paratiroidi sono quattro piccole ghiandole tipicamente situate in prossimità della tiroide. La loro funzione principale è la regolazione della calcemia, garantendo il mantenimento di livelli adeguati di calcio nell’organismo. Alterazioni in eccesso o in difetto di questo equilibrio possono determinare conseguenze cliniche significative, rendendo le paratiroidi indispensabili per l’omeostasi generale.
Ne parliamo con il professor Andrea Lania, responsabile dell’Unità di Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
A cosa servono le paratiroidi
Le paratiroidi svolgono un ruolo centrale nella regolazione del metabolismo del calcio, del fosforo e della vitamina D. Attraverso la secrezione dell’ormone paratiroideo (PTH), agiscono su rene, osso e intestino, modulando l’assorbimento e l’escrezione di questi substrati in funzione delle necessità dell’organismo. L’azione del PTH è essenziale per il mantenimento dell’omeostasi minerale e per la salute ossea, muscolare e cardiovascolare.
Un’iperattività delle paratiroidi determina l’iperparatiroidismo. Nella forma primitiva, l’ipersecrezione dell’ormone paratiroideo è causata dalla trasformazione adenomatosa di una o più ghiandole: gli adenomi paratiroidei, tumori benigni, producono ormone paratiroideo in modo autonomo e incontrollato, determinando ipercalcemia. Le conseguenze di questo squilibrio possono includere riduzione della densità minerale ossea e osteoporosi; nei casi più severi, l’ipercalcemia può causare aritmie cardiache, alterazioni neurologiche e nefrolitiasi, quest’ultima conseguente al sovraccarico di calcio filtrato a livello renale.
Come avviene la diagnosi di iperparatiroidismo primitivo?
Il riscontro di ormone paratiroideo elevato è di per sé semplice sul piano delle analisi di laboratorio, ma la sua interpretazione richiede maggiore attenzione: l’incremento dell’ormone paratiroideo, infatti, non è necessariamente espressione di un’alterazione primitiva delle paratiroidi, potendo essere secondario a deficit di vitamina D, ipocalcemia o ad altre condizioni patologiche.
Una volta confermata la diagnosi di iperparatiroidismo primitivo mediante esami ematochimici e urinari, è necessario localizzare l’eventuale adenoma. Questa fase può risultare complessa: le ghiandole patologiche possono essere di piccole dimensioni e collocarsi in sedi difficilmente accessibili, come la regione retrotiroidea o il mediastino superiore. L’ecografia del collo rappresenta il primo approccio strumentale; nei casi più complessi si ricorre alla scintigrafia con sestamibi o alla PET con traccianti specifici.
Come si cura l’iperparatiroidismo?
In presenza di ipercalcemia grave o di complicanze quali insufficienza renale, nefrolitiasi, osteoporosi o ipercalciuria significativa, il trattamento di elezione è la paratiroidectomia chirurgica. L’intervento deve essere affidato a chirurghi con specifica esperienza in chirurgia cervico-endocrina.
Nei pazienti in cui la chirurgia è controindicata per le condizioni generali, è possibile ricorrere a una terapia farmacologica con calcio-mimetici. Questi farmaci agiscono simulando l’effetto del calcio sul recettore sensibile al calcio delle cellule paratiroidee, riducendo la secrezione di ormone paratiroideo e controllando la calcemia. Pur rappresentando un’opzione terapeutica efficace nel breve termine, questo approccio non garantisce la risoluzione definitiva delle complicanze d’organo a lungo termine.
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