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Malattie autoimmuni, nuove prospettive di cura

Dall’associazione tra epatite C, trattamento antivirale e malattie autoimmuni emergono importanti scoperte, utili per trovare nuove terapie.

Due studi pubblicati recentemente su Antiviral Therapy e PLoS ONE gettano nuova luce sull’associazione epatite C e trattamento anti-virale e malattie autoimmuni. E offrono spunti per nuove prospettive di cura, come spiega il dott. Giovanni Covini, specialista in Medicina generale ed epatologia in Humanitas

Dottor Covini, di cosa trattano questi studi e perché sono così importanti?
“Partiamo da una tesi nota da tempo, e cioè che il virus dell’epatite C associato alla terapia con interferone e ribavirina è in grado di generare fenomeni autoimmuni. Ora nei laboratori di ricerca è stato fatto un altro passo avanti. Abbiamo identificato un nuovo autoanticorpo che reagisce con strutture cellulari a forma di ‘bacchette ed anelli’ (‘rods and rings’) che non erano ancora state riconosciute. E si è visto che pazienti con epatite C in terapia con interferone e ribavirina e che sviluppavano questo auto-anticorpo non rispondevano al trattamento antivirale. Si è, così, passati ad esperimenti in coltura cellulare dove si è dimostrato che è la ribavirina a formare nel citoplasma delle cellule questi organelli. Infatti la ribavirina agisce su un enzima, la inosina monofosfato deidrogenasi che, naturalmente distribuita nel citoplasma, in presenza del farmaco si condensa in ‘rods and rings’. Questa variazione modifica da un lato il suo effetto anti-virale in quanto il virus non è in grado di trovare acidi nucleici su cui operare, e dall’altro questo cambiamento di struttura lo rende auto-antigene”.

E questa scoperta a cosa porta?
“Il risultato è ancora oggetto di ulteriore studio, anche da parte nostra in collaborazione con il Policlinico di Milano, ma si può affermare che è importante su tre fronti. Primo: la presenza di questi anticorpi sembra essere un fattore predittivo di non risposta al trattamento. Secondo: questi studi danno maggiori informazioni sul meccanismo di azione della ribavirina, che ‘condensa’ un enzima che di solito è distribuito in tutto il citoplasma in questi due organelli. Terzo: questi studi sono un elegante modello sperimentale di autoimmunità farmaco-indotta. Tutto questo è ora provato retrospetticamente, ma se gli studi prospettici in corso lo confermeranno, ci saranno anche nuove prospettive di cura da valutare. La presenza di questi anticorpi potrà indicare una precoce non risposta al trattamento con interferone e ribavirina, suggerendo all’epatologo la necessità di una nuova strategia terapeutica con altri antivirali”.

A cura di Lucrezia Zaccaria

 

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