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Giorgio Graziani: la lunga volata della dialisi

Quando i reni non funzionano più, la dialisi diventa l’appuntamento da non perdere tre volte la settimana per il resto della vita, oppure fin quando divenga disponibile un rene da un donatore per effettuare il trapianto. «Il paziente – spiega il Professor Giorgio Graziani, responsabile di Nefrologia di Humanitas – arriva in ospedale gonfio di acqua e intossicato dalle scorie metaboliche (acido urico, potassio, urea) che i reni non riescono più a eliminare. Il nostro compito è depurare il sangue e ridurre la quantità di acqua in eccesso collegando il paziente ad un rene artificiale. In pratica, si tratta di creare una circolazione extracorporea facendo passare il sangue del paziente all’interno di un filtro collegato ad una macchina in grado di restituirglielo depurato dalle scorie».
«Per questi malati – continua Graziani – la dialisi non è solo un appuntamento immancabile: diventa anche uno stile di vita quotidiana, fatto di una dieta molto attenta, ad esempio il più possibile povera di potassio, e di una grande attenzione alla quantità di liquidi assunti».

Giorgio Graziani, classe 1941, ha visto nascere la dialisi. È tra i pionieri che nell’Italia degli anni Sessanta hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo della nefrologia, quella branca della medicina che studia le malattie renali, la dialisi nelle sue varie tipologie e il trapianto renale. Il Professor Graziani è soprattutto questo. Poi ci sono le foto appese alle pareti del suo studio che lo ritraggono sul sellino della bici da corsa mentre pedala in ogni angolo e su ogni vetta del Paese, oppure nel 1976 mentre riceve l’Ambrogino d’oro, il massimo riconoscimento civico milanese, per l’opera di assistenza ai terremotati in Friuli.

Professor Graziani, dopo quarant’anni in ospedale, quali sono i suoi ricordi indelebili?
«È stata un’esperienza particolare veder nascere una nuova disciplina, la nefrologia, e fare i primi passi professionali occupandomi di qualcosa che in Italia ancora non si praticava, vale a dire la dialisi e il trapianto di rene. Ricordo come se fosse ieri gli inizi negli anni Sessanta: per preparare la soluzione elettrolitica necessaria a depurare il sangue ricorrevamo a vasche da 200 litri che dovevano essere costantemente “rimboccate” con acqua deionizzata e sali. Per fare questo dovevamo indossare degli stivaloni di gomma. Si iniziava alle sette del mattino e si finiva con lo stesso paziente alle sette di sera. Il dramma del giovane medico, ed ancor più del paziente era che durante quelle dodici ore di dialisi il malato presentava spesso problemi clinici non conosciuti per cui ci rendevamo conto che stava succedendo un dramma, ma non sapevamo quale fosse la causa della tragedia incombente e quindi la terapia era molto approssimativa».

Che progressi sono stati fatti da allora?
«È stata fatta molta strada nella comprensione dei problemi dialitici per migliorare l’assistenza a questi pazienti. Il rene artificiale è diventato più piccolo automatizzato ed oggi computerizzato. Alla fine degli anni Settanta le conoscenze della tecnica si sono perfezionate al punto che è stato possibile passare alla dialisi a domicilio. Oggi i filtri dove scorre il sangue sono fasci di 25 mila capillari sintetici che sviluppano una superficie di scambio fra sangue e soluzione depurante di oltre 5 metri quadrati, tutti quanti raccolti in un cilindro poco più grande di un tubo di palline da tennis. Anche il tempo della dialisi si è progressivamente ridotto: dalle dodici ore iniziali è passato alle attuali quattro o cinque. Ma soprattutto la procedura è diventata completamente sicura e indolore. Inoltre, è regolata sul paziente in modo da fargli raggiungere, alla fine del trattamento, il suo peso ideale, privandolo delle scorie metaboliche e dell’eccesso di acqua: una vera rivoluzione. Pensi che solo in Italia ci sono più di 30 mila dializzati e molte migliaia di trapiantati di rene. Solo in Lombardia, i malati renali cronici da dializzare sono circa 150-160 all’anno per ogni milione di abitanti. Tutte persone che fino a cinquant’anni fa non avevano nessuna possibilità di sopravvivere».

Quando e come è nata la dialisi?
«La dialisi nasce durante la Seconda Guerra Mondiale per curare i soldati colpiti da granate. A causa delle ferite devastanti, i loro reni andavano in blocco. Si trattava, quindi, solo di pazienti acuti che avevano avuto una lesione temporanea del rene. Per mantenerli in vita sino alla guarigione dell’organo, diventava necessario un rene artificiale. Chi invece soffriva di una patologia renale cronica andava incontro a un destino ben diverso. All’epoca, infatti, non si pensava che il rene artificiale potesse servire a purificare anche il sangue dei malati cronici, per i quali, dunque, non c’era speranza. Il programma di dialisi cronica in preparazione al trapianto si è affermato solo a partire dagli anni sessanta.

Come deve rapportarsi un nefrologo con il suo paziente?
«Agli studenti di Medicina di Humanitas insegno prima di tutto a visitare sempre e completamente il paziente, a impadronirsi delle sue chiavi di lettura. Un medico che non vuole mettere le mani sul malato è un medico che ha sbagliato mestiere. Questo vale sempre, ma in modo particolare per i pazienti cronici come i dializzati. Infatti, chi è costretto a convivere con una malattia per la quale la terapia diventa la principale regola di vita, impara a conoscere a fondo il proprio corpo e i suoi limiti. E ciò induce spesso il paziente a mobilitare tutte le sue riserve di energia. Il malato non è semplicemente ciò che sta intorno a un rene malato. Bisogna interrogarlo, ascoltarlo, capire la sua storia clinica, cogliere i sintomi, seguire una pista. A questo punto si può partire dagli esami più semplici e meno invasivi necessari a una diagnosi. Se il quadro non è ancora chiaro, allora si procede con esami più approfonditi, ma sempre con un livello di invasività graduale. Può sembrare una banalità, ma purtroppo ancora oggi molti medici seguono esattamente il percorso opposto. Il pericolo è che il paziente si trasformi in una serie di numeri derivati dagli esami di laboratorio e da sofisticate apparecchiature computerizzate, perdendo così di vista la sua umanità fatta di ansia, di timore per la presenza di una malattia che per lui è come un nemico che può essere mortale.
Il primo compito del medico è quindi quello di “agganciare” l’animo del malato in una sorta di complicità e richiedere la sua attiva collaborazione perchè insieme si giunga alla guarigione o al miglioramento della sua malattia».

A cura di Marco Renato Menga

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