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Emorroidi, come curarle e quando occorre intervenire

Dolore e bruciore, ma anche sanguinamento, fino ad arrivare al prolasso: i sintomi delle emorroidi sono diversi, così come i rimedi, che variano a seconda delle situazioni, come spiega il professor Antonino Spinelli, Responsabile della Chirurgia del Colon e del Retto in Humanitas.

Che cosa sono le emorroidi?

“Le emorroidi sono costituite da una fitta rete di vasi sanguigni e sono poste nella parte terminale del canale anale, proprio come dei cuscinetti, responsabili dell’apporto vascolare e anche, in parte, della continenza. Esistono il plesso emorroidario interno, localizzato nel canale anale, e il plesso emorroidario esterno, che si trova a livello del margine anale. Quasi sempre sono le emorroidi del plesso emorroidario interno a dare disturbi”.

Con quali sintomi si manifesta il disturbo?

In alcuni casi le emorroidi possono diventare sintomatiche generando dolore e/o bruciore anale, con perdita di gocce di sangue dopo la defecazione, fino ad arrivare al prolasso, ovvero la loro fuoriuscita, con conseguente dolorosa e fastidiosa sensazione di prurito, umidità e ingombro.

In genere, le emorroidi vengono così classificate in base alla gravità:

  •    Primo grado, con lieve aumento della congestione emorroidaria interna senza prolasso.
  •    Secondo grado, con moderato aumento della congestione emorroidaria con prolasso esterno che tende a ridursi spontaneamente.
  •    Terzo grado, importante congestione emorroidaria con prolasso esterno che può essere ridotto solo manualmente.
  •    Quarto grado, con prolasso mucoemorroidario esterno non riducibile.

Come si curano le emorroidi?

I rimedi variano in base alle condizioni del paziente, come spiega il professor Spinelli: “Per la malattia emorroidaria di primo grado in genere è sufficiente bere almeno due litri di acqua al giorno, seguire una dieta varia e ricca di frutta e verdura, svolgere attività fisica, regolarizzare l’intestino e prendere ciclicamente dei farmaci flebotonici per rafforzare le pareti vascolari del plesso emorroidario.

Per la malattia emorroidaria di secondo grado, è necessario supportare la cura farmacologica con trattamenti ambulatoriali, come le legature elastiche o la scleroterapia. Si tratta, nello specifico, del posizionamento di un elastico oppure di una sostanza sclerosante, che riducono l’afflusso vascolare ai “gavoccioli”, facendoli diminuire di volume. Queste procedure, se eseguite adeguatamente nei casi adatti, sono indolori e in genere migliorano i sintomi, ma hanno un effetto limitato nel tempo”.

Quando ricorrere all’intervento chirurgico?

Nella malattia di terzo e quarto grado, può rendersi necessaria la chirurgia. Spiega il professor Spinelli: “L’intervento deve portare al migliore risultato possibile e durevole. La dearterializzazione emorroidaria, cioè l’interruzione del flusso arterioso, avvalendosi anche dell’uso di un doppler, è indicata nei casi di sanguinamento e può essere associata alla mucopessia, facendo in modo che tutta la mucosa interessata dal prolasso venga attratta verso l’interno e le emorroidi tornino nella loro sede. Questo intervento non comporta ferite aperte, quindi è meno doloroso nel post-operatorio e permette una ripresa più rapida.

Un’altra tecnica prevede l’obliterazione, cioè la chiusura dei rami arteriosi emorroidari, con il laser e con plissettatura del prolasso.

“Per il quarto grado è assolutamente necessario l’intervento tradizionale di asportazione delle emorroidi o emorroidectomia. Questo consiste nell’asportazione dei gavoccioli emorroidari fissi all’esterno del canale anale, lasciando guarire le ferite spontaneamente nel giro di qualche settimana. Il dolore, per alcuni giorni dopo l’intervento, può essere più intenso, ma è ben controllabile con farmaci analgesici e questo intervento riduce più degli altri il rischio di una ricomparsa dei disturbi”.

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