Sempre più evidenze tracciano collegamenti fra questa condizione e le patologie oncologiche

La trombosi è una malattia caratterizzata dalla formazione di trombi, coaguli di sangue formati da globuli rossi, bianchi e piastrine, che ostacolano o impediscono la normale circolazione del sangue. Si tratta di una condizione pericolosa e da non sottovalutare, sia per i problemi acuti che può determinare (è la principale causa di infarto, sia del miocardio che cerebrale detto ictus, e dell’embolia polmonare), sia perché molto spesso è il campanello d’allarme d’allarme di uno stato di malattia non noto, per esempio la presenza di un tumore. Nei pazienti con cancro infatti non solo può essere il primo segno di malattia, ma quando si verifica durante le varie terapie per curarlo, può determinare importanti complicanze e influire sulla sopravvivenza stessa di questi pazienti. Per questo motivo, è stato avviato uno studio, al quale Humanitas collabora attivamente, finanziato dall’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) e volto a determinare il ruolo della trombosi come possibile fattore prognostico per i tumori. Ne abbiamo parlato con il dottor Corrado Lodigiani, responsabile del Centro Trombosi di Humanitas, e con la dottoressa Giovanna Masci, oncologa di Humanitas Cancer Center.

 

Dottor Lodigiani, perché si indaga sui collegamenti fra cancro e trombosi?

Il cancro è una malattia di natura infiammatoria, che influenza certamente il grado di attivazione della coagulazione del sangue nel paziente che ne è affetto. E’ noto che  la trombosi, soprattutto quella venosa,  è molto frequente nei pazienti oncologici (circa il 4-5% di essi ) e  in alcuni casi è la spia di qualcosa che non va, cioè il primo segno di un tumore ancora nascosto e che viene  diagnosticato proprio attraverso gli accertamenti eseguiti per capire che cosa ha provocato la trombosi stessa. Lo studio promosso dall’AIRC vorrebbe indagare proprio su questo tipo di correlazione, sia per comprendere se i marcatori che vengono attualmente considerati rilevanti per il rischio di trombosi possano essere utilizzati anche come fattori prognostici per i pazienti oncologici, sia per migliorare la strategia di prevenzione della trombosi proprio per gli stessi pazienti, rendendola più mirata ed efficace.

 

Ci sono altri fattori, oltre all’infiammazione, per collegare i tumori e la trombosi?

Certamente tutti quelli legati alle criticità dei trattamenti, che si sommano nel corso delle terapie:  il tipo di tumore, l’inserimento di cateteri venosi, l’immobilizzazione dopo gli interventi chirurgici e l’infusione di alcuni farmaci chemioterapici. Questi fattori di rischio, uniti in alcuni casi alla compressione  che i vasi  venosi subiscono da parte  della massa tumorale stessa  o alla attivazione della coagulazione del sangue, che alcune molecole rilasciate dal tumore, provocano , determinano un rischio di trombosi che, in media, è quattro volte più alto rispetto alla media.

 

Dottoressa Masci, quali risultati potrebbero derivare da questa ricerca?

Nella pratica clinica potrebbe immediatamente portare ad una migliore comprensione dei meccanismi che legano tumore, marcatori della coagulazione sanguinea e trombosi e quindi a molti progressi nella gestione dei pazienti oncologici a rischio di trombosi. Questo rischio è tanto concreto che Humanitas Cancer Center, in collaborazione proprio con il centro trombosi di Humanitas, ha attivato un ambulatorio (l’ambulatorio di oncotrombosi) che ha lo scopo di valutare il rischio del singolo paziente di sviluppare una trombosi attraverso un punteggio basato sulle condizioni del paziente, la sua storia clinica e familiare e le sue caratteristiche in termini di forma fisica e stile di vita. Inoltre, se le evidenze dimostrassero il ruolo prognostico di questi marcatori, questo potrebbe giovare anche nel programmare i trattamenti oncologici più efficaci perché vi aggiungerebbe un efficace elemento di personalizzazione.