La pandemia COVID-19 con la quale stiamo tutt’ora convivendo ha determinato forti cambiamenti in moltissimi settori, compreso quello della sanità, e ha richiesto una concentrazione di energie nella gestione dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2. L’emergenza ha purtroppo spostato in secondo piano altre patologie e ha impattato sull’aderenza diagnostica e terapeutica dei pazienti.

Il tema è stato al centro del quarto Congresso nazionale di Fondazione Onda, svoltosi in forma virtuale a fine settembre, al quale ha preso parte anche il professor Armando Santoro, Direttore di Humanitas Cancer Center, con un intervento dedicato all’inquadramento epidemiologico in ottica di genere in oncologia.

La gestione dei pazienti oncologici durante la pandemia

“La pandemia ha reso più difficile la gestione dei pazienti oncologici da tutti i punti di vista: dello screening, della diagnosi precoce, delle terapie e del follow up.

Quello che sappiamo, oggi, è che i pazienti oncologici non corrono un maggior rischio di contrarre il virus rispetto agli altri; che la presenza del cancro non influenza la gravità e la prognosi di COVID-19 e che i pazienti oncologici che hanno contratto il virus e che sono morti, erano perlopiù pazienti anziani, con comorbidità e tumori avanzati e pluri-trattati. Sono elementi importanti di cui tenere conto in futuro, anche se ci auguriamo di non vivere un’altra fase di emergenza come quella che abbiamo affrontato nei mesi di febbraio e marzo”, sottolinea il professor Santoro.

L’impatto della pandemia sui tumori

“Durante il lockdown abbiamo continuato a curare i pazienti assicurando loro i trattamenti antitumorali e gli interventi chirurgici non rimandabili. Sappiamo però che si è registrata nel nostro Paese una riduzione del numero di nuove diagnosi1. Un dato preoccupante, dovuto a diversi fattori: l’interruzione dei programmi di screening, la difficoltà dei medici a gestire i casi sospetti di tumore e il timore dei pazienti a tornare, da maggio in poi, negli ospedali e negli ambulatori per screening e controlli”, prosegue il prof. Santoro.

Il tema non riguarda naturalmente solo l’Italia. Norman E. Sharpless, Direttore del National Cancer Institute (NCI), in un editoriale pubblicato su Science lo scorso giugno si chiede che cosa si possa fare per limitare queste conseguenze, anche in virtù della previsione dell’aumento di mortalità – soprattutto nei tumori del seno e del colon-retto – per la mancata esecuzione degli screening.

“È una previsione compiuta nel panorama statunitense, ma è un allarme che riguarda anche il nostro Paese”, sottolinea il prof. Santoro.

Riprendere gli screening e sottoporsi ai controlli

“Alla luce di queste considerazioni è importante innanzitutto invitare ancora una volta i pazienti a non rimandare le cure e a riprendere gli screening e i controlli: tutto può essere fatto in completa sicurezza.

Laddove ci trovassimo a dover affrontare una nuova fase acuta dell’emergenza, dovremo – forti dell’esperienza dei mesi passati – essere capaci sia di offrire standard di terapia ottimali ai pazienti oncologici, ma anche di mantenere attive le campagne di screening. Non possiamo infatti mettere a rischio la riduzione dell’incidenza e della mortalità che abbiamo finora ottenuto grazie all’identificazione precoce delle lesioni pre-cancerose con gli screening”, ha concluso il prof. Santoro.

  1. Per saperne di più, è consultabile il rapporto del gruppo di lavoro dell’Osservatorio Nazionale Screening: Rapporto sui ritardi accumulati alla fine di maggio 2020 dai programmi di screening Italiani e sulla velocità della ripartenza.