Il cosiddetto reflusso gastroesofageo si verifica quando i succhi gastrici che si trovano nello stomaco vengono in contatto con l’esofago, provocando bruciore nella zona dello sterno. Questa condizione colpisce circa il 10-20% della popolazione in Europa.

Ne ha parlato in un’intervista a ‘Il mio medico’ su Tv2000 la dottoressa Federica Furfaro, gastroenterologa di Humanitas.

I sintomi: come riconoscere il reflusso 

Per distinguere il reflusso gastro-esofageo da un qualunque mal di stomaco o da altri problemi intestinali e di digestione è importante “capire quali sono i sintomi correlati al male e al bruciore di stomaco che descrivono i pazienti”, ha spiegato la dottoressa. Lo stomaco, infatti, si trova nella parte alta dell’addome, “ma in questa zona c’è anche il colon trasverso. Quello che i pazienti definiscono “dolore di stomaco” può anche essere un dolore correlato a problemi non gastrici, per esempio in associazione con diarrea o stitichezza deve farci pensare più a un colon irritabile, mentre dolori e bruciori che si irradiano alla parte alta dello sterno, acidità in bocca, raucedine e a volte tosse, sono sintomi correlati al reflusso gastroesofageo”, compresi episodi di tosse notturni, dovuti alla posizione supina che favorisce il reflusso e la risalita di acidi dallo stomaco.

La diagnosi: quali esami eseguire?

Se si sospetta un reflusso gastroesofageo, il medico prescrive solitamente una terapia con inibitori di pompa protonica per ridurre i sintomi, ma nei pazienti in cui questa terapia non funziona, o se lamentano gli stessi sintomi alla sospensione della terapia, servono indagini più approfondite. Tra queste l’esofago-gastro-duodenoscopia permette di vedere all’interno il primo tratto del tubo digerente e di valutare la presenza di complicanze del reflusso come l’infiammazione dell’esofago (esofagite); o la pHimpedenzometria esofagea, tecnica in grado di valutare la presenza di reflusso, la durata, la correlazione con i sintomi riferiti dal paziente e il tipo di reflusso gastroesofageo. In genere si tratta di un reflusso acido e quindi risponde agli inibitori di pompa protonica che riducono l’acidità dello stomaco, ma può anche essere basico e provenire dalla seconda porzione duodenale, in questo caso i pazienti non risponderanno a questo tipo di terapia.

La dieta del ‘semaforo’: cosa mangiare e cosa evitare

Se è vero che non esistono cibi categoricamente cattivi e da evitare e che ogni paziente viene valutato personalmente dal medico, è vero anche che alcuni alimenti possono essere tendenzialmente più dannosi per chi soffre di reflusso gastroesofageo.

Metaforicamente, sono stati identificati con il colore rosso gli alimenti che è bene evitare, con l’arancione i cibi da consumare con moderazione e in verde tutti quelli che hanno, invece, il via libera.

  • rosso: cibi molto grassi, ad esempio i fritti, che appesantiscono e sono difficili da digerire, e quelli acidi, quindi ad esempio agrumi, aceto e caffè, che avendo un’azione legata al rilassamento della muscolatura dello sfintere esofageo favoriscono il reflusso verso l’alto del materiale gastrico. Per quanto riguarda, le cotture, è bene  preferire quelle leggere e prive di intingoli e spezie che aumentano l’acidità, quindi è consigliata la cottura al vapore, al cartoccio o alla piastra;
  • arancione: cioccolato in piccole quantità, latticini (meglio se freschi e magri, come ad esempio la ricotta), uova purché non fritte;
  • verde e via libera a verdure crude e cotte, cibi integrali, carni bianche evitando maiale e agnello, pomodori, meglio se cotti.

 

 

 

 

L’articolo è tratto da un’intervista della dottoressa Federica Furfaro, ospite in studio nella puntata di “Il mio medico” su TV2000 del 18/11/2019. Per rivedere la puntata clicca qui.