Il carcinoma prostatico è una malattia importante, è la prima neoplasia del genere maschile e rappresenta il 25% dei tumori negli uomini tra i 55 e i 65 anni.

In Humanitas, ricercatori e medici lavorano a stretto contatto, al fine di raggiungere obiettivi importanti per i percorsi clinici dei pazienti, dalla diagnosi alla cura.

Ne parliamo con il dottor Massimo Lazzeri, specialista in urologia, e la dottoressa Diletta Di Mitri, ricercatrice, che ci raccontano come questa collaborazione abbia influito sull’approccio al tumore della prostata.

Il ruolo del sistema immunitario

“Negli ultimi anni è emerso in maniera sempre più importante il ruolo che il sistema immunitario svolge nel contesto dei tumori, sia in fase iniziale sia nel corso della loro progressione; a seconda di come il tumore modula il sistema immunitario, infatti, questo può rallentare o favorire la progressione della malattia.

Questa scoperta ha portato allo sviluppo di nuove immunoterapie, che risultano efficaci in tanti tipi tumorali, ma non altrettanto nel tumore prostatico. I nostri studi puntano a comprendere perché l’immunoterapia non sia efficace nel tumore alla prostata nel tentativo di invertire questa tendenza,”, spiega la dottoressa Di Mitri.

La necessità di individuare marcatori tumorali

“Nel tumore prostatico, inoltre, c’è bisogno di marcatori di sviluppo e progressione. Il sistema immunitario – dato il ruolo che riveste nei rapporti con il tumore – potrebbe diventare un marcatore da seguire per capire qual è lo stadio di progressione del tumore o come potrebbe evolversi in futuro.

In questo senso, la Ricerca potrebbe aiutare l’attività clinica, così come in ambito diagnostico. Alla biopsia infatti, potremmo arrivare ad aggiungere un fattore non invasivo, come uno o più marcatori nel sangue del paziente.

Grazie alla collaborazione con i clinici, caratterizziamo il sistema immunitario dei pazienti con cancro prostatico a diversa progressione (mediante l’analisi di sangue e tessuti) e cerchiamo di investigare il sistema immunitario del paziente associandone le caratteristiche con la progressione del tumore”, continua la dottoressa Di Mitri.

Considerare il tumore nel suo ambiente

Aggiunge il dottor Lazzeri: “Questa collaborazione potrebbe portare a un cambiamento di sguardo in ambito clinico per quanto riguarda il carcinoma prostatico. Generalmente, siamo stati abituati, per effettuare diagnosi e terapia, a ritenere il tumore l’attore principale: produce il PSA (antigene prostatico specifico), un marcatore per la diagnosi, e il bersaglio diretto delle terapie, ovvero gli ormoni sessuali maschili. Grazie al lavoro dei ricercatori abbiamo però capito che l’informazione per la diagnosi e la cura potrebbe dipendere dall’ambiente in cui il cancro nasce e si sviluppa e dove il sistema immunitario gioca un ruolo fondamentale. Fino a oggi avevamo pensato che lo stimolo principale allo sviluppo e quindi il bersaglio delle cure, fossero gli ormoni sessuali maschili, ma se questi risultati preliminari fossero confermati ed estesi, rappresenterebbero una vera rivoluzione nella gestione del carcinoma prostatico.

La sinergia tra Ricerca e clinica consente a Humanitas di offrire una visione globale del carcinoma prostatico, grazie a una cultura scientifica e assistenziale capace di fare la differenza oggi e sempre di più nel futuro”.