Si è tenuto a Firenze, dal 6 all’8 novembre, il Congresso “Attualità in Senologia”: il principale appuntamento in Italia dedicato alla patologia mammaria. Il Congresso, a cadenza biennale, è un’occasione per fare il punto sia da un punto di vista clinico sia per quanto riguarda la ricerca nel mondo della Senologia.

All’appuntamento hanno preso parte diversi specialisti di Humanitas in veste di relatori, presentando importanti dati preliminari, come ci spiega il dottor Corrado Tinterri, Direttore della Breast Unit di Humanitas: “Si tratta della principale conferenza italiana dedicata alla patologia mammaria e Humanitas ha avuto un ruolo importante, confermandosi come presenza al vertice nell’ambito della senologia italiana. Al Congresso erano presenti anche i colleghi di Humanitas Centro Catanese di Oncologia e di Humanitas Gavazzeni”.

La dissezione ascellare dei carcinomi della mammella: lo studio Sinodar One

Il dottor Tinterri è intervenuto sulla “Chirurgia ascellare dopo la chirurgia primaria”, presentando i primi dati legati allo studio “Sinodar One”, uno studio multicentrico italiano (che coinvolge circa trenta Centri di Ricerca) coordinato da Humanitas, dedicato alla dissezione ascellare dei carcinomi della mammella.

“Tra quelli attivi in Italia, Sinodar One è lo studio più importante dedicato alla dissezione ascellare dei carcinomi della mammella. È una sperimentazione randomizzata che vede il coinvolgimento di 800 pazienti selezionate, tra i 40 e i 75 anni, con tumore della mammella e senza apparente coinvolgimento dei linfonodi. Obiettivo dello studio è capire se e quanto sia sicuro non procedere allo svuotamento ascellare nelle donne che hanno un linfonodo patologico macro-metastatico. La speranza è di poter evitare in futuro lo svuotamento ascellare non solo nella chirurgia conservativa ma anche nelle mastectomie in tutte le donne, riducendo così anche le complicanze legate alla dissezione ascellare come il linfedema del braccio”, spiega il dottor Tinterri.

La sicurezza oncologica del lipofilling

“Lipofilling: sicurezza oncologica e dolore post-operatorio” è stato invece il titolo dell’intervento del professor Marco Klinger, Responsabile di Chirurgia plastica di Humanitas. Uno studio coordinato da Humanitas – con Principal Investigator il prof. Klinger – ha infatti dimostrato la sicurezza oncologica del lipofilling.

“Lo studio, promosso da Senonetwork (la rete delle Breast Unit in Italia), raccoglie una casistica importante, con i dati di 5.500 pazienti ed è il primo studio con una casistica così numerosa. Il lipofilling è una procedura poco invasiva che mediante un autotrapianto di grasso, consente di ricreare i volumi persi in seguito all’intervento e di rigenerare i tessuti di rivestimento, grazie alla presenza di fattori di crescita e cellule staminali adulte.

Il lipofilling è l’ideale nella chirurgia mammaria post-oncologica perché permette di colmare piccoli deficit di volume e di rigenerare i tessuti dopo la radioterapia, riducendo le complicanze in caso di impianto di protesi”, spiega il prof. Klinger.

Sovradiagnosi e sovratrattamento: il punto di vista del radiologo

La dottoressa Daniela Bernardi, Capo Sezione Autonoma Radiologia Senologica e Screening, ha affrontato il tema della sovradiagnosi e del sovratrattamento dei tumori del seno.

“Il tema della sovradiagnosi, e del conseguente sovratrattamento, è un argomento a tutt’oggi molto dibattuto e che interessa tutti i programmi di screening oncologici nei quali i test utilizzati identificano – senza possibilità di discriminarli – oltre ai tumori potenzialmente letali anche una quota di tumori che, per diversi motivi, anche se non diagnosticati non avrebbero comportato alcun rischio. La sovradiagnosi della mammografia consiste quindi nell’identificazione, in donne asintomatiche, di tumori di piccole dimensioni ma anche di forme inziali come il carcinoma intra-duttale e una serie di forme pre-cancerose, dei quali non è possibile prevedere l’evoluzione. Studi epidemiologici hanno stimato che il 10-20% dei tumori identificati mediante lo screening sono sovradiagnosticati.

La loro individuazione, favorita dall’impiego di metodiche di imaging sempre più efficaci, conduce al loro inevitabile sovratrattamento: attualmente non è infatti possibile immaginare di non trattare tali tumori.

Ciononostante, lo screening mammografico ha dimostrato di essere efficace nel suo obiettivo: determinare una riduzione della mortalità per tumore mammario attraverso la diagnosi precoce di lesioni neoplastiche sub-cliniche. Si stima infatti che la riduzione in mortalità specifica interessi più del 40% delle donne sottoposte a screening.

Il fenomeno della sovradiagnosi è stato descritto e misurato all’interno dei programmi di screening organizzati. È necessario ricordare però che esso interessa anche le diagnosi effettuate in donne che, in assenza di un sintomo, eseguono la mammografia senza avere ricevuto la lettera di invito per esempio perché in fascia di età diversa da quella contemplata dal programma.

È quindi sempre più evidente la necessità di lavorare sul contenimento della sovradiagnosi, garantendo diagnosi efficaci. Ciò è percorribile mettendo al centro la paziente e lavorando in un’ottica di personalizzazione: cercando di proporre l’esame più corretto per la singola paziente, tenendo conto del profilo di rischio e del quadro clinico”, ha sottolineato la dottoressa Bernardi.

Indispensabile infine il lavoro di gestione multidisciplinare dei casi ai fini di garantire, per ogni singola diagnosi, l’adeguato percorso terapeutico: “e questo è ciò che quotidianamente facciamo in Humanitas”, ha concluso la specialista.

La radioterapia nella neoplasia mammaria oligometastatica

La dottoressa Fiorenza De Rose, radioterapista oncologa di Humanitas, ha tenuto una relazione sull’uso della radioterapia nelle pazienti affette da neoplasia mammaria oligometastatica. Queste pazienti rappresentano un sottogruppo particolare, in quanto pur avendo una malattia metastatica, hanno poche lesioni (da 1 a 3/5 in pochi organi, da 1 a 3) e una malattia tendenzialmente indolente, che beneficia di trattamenti locali ablativi quali la radioterapia stereotassica, in aggiunta alle comuni terapie farmacologiche. I dati di letteratura mostrati dalla dottoressa De Rose, evidenziano infatti che la radioterapia stereotassica può prolungare la sopravvivenza in pazienti selezionate rispetto alle sole terapie mediche, anche se ci sono ancora molti punti da chiarire, come per esempio la selezione delle pazienti da trattare con approcci combinati. Studi prospettici sono in corso (uno anche presso la Radioterapia in Humanitas) per cercare di chiarire meglio il reale impatto e beneficio dei trattamenti locali in queste pazienti.

La dottoressa ha poi introdotto uno studio clinico italiano multicentrico, che vedrà come centro coordinatore l’Istituto Clinico Humanitas, che riguarda l’utilizzo della radioterapia parziale accelerata (in 5 sedute) nelle pazienti operate per neoplasia duttale in situ della mammella a rischio basso/intermedio. Scopo dello studio è verificare l’efficacia di un approccio più concentrato e breve di radioterapia rispetto al trattamento standard, che oggi prevede dalle 15 alle 25-30 sedute. Lo studio dovrebbe partire nei prossimi mesi.

Ricerca e pratica clinica: il ruolo dell’infermiere di senologia

Durante il Congresso si è anche tenuto un corso dedicato agli infermieri di senologia al quale hanno preso parte come relatrici Margarita Gjeloshi, infermiera di senologia di Humanitas, e Silvia Belloni, infermiera di Ricerca clinica di Humanitas. Il loro intervento era dedicato al ruolo dell’infermiere di senologia nel rapporto tra la Ricerca e le implicazioni nella pratica clinica.

“Fin dalla prima edizione del Congresso sono stata invitata come relatrice a parlare della figura dell’infermiere di senologia. I primi anni era necessario raccontare chi è la Breast Care Nurse e di cosa si occupa perché pochi Centri avevano al loro interno questa figura, con il passare degli anni ci siamo poi concentrati su come la Breast Care Nurse sia un facilitatore in un percorso complesso come quello del tumore della mammella e di come sia un anello importante nella comunicazione tra paziente, medico e familiari.

In quest’ultima edizione abbiamo invece affrontato il tema del legame tra Ricerca e pratica clinica in ambito infermieristico: è infatti necessario lavorare per colmare la distanza tra questi due ambiti che troppo spesso sono separati; tanto più la Ricerca e la pratica clinica dialogano, quanto più il percorso del paziente sarà coerente, efficiente ed efficace. Occorre dunque favorire interazione e collaborazione continua tra i diversi professionisti, al fine di garantire la massima eccellenza alla qualità assistenziale. L’attività dell’infermiere infatti – come si legge nel Codice deontologico – è sostenuta da un insieme di valori e saperi scientifici e le sue azioni si realizzano e si sviluppano nell’ambito della pratica clinica, dell’organizzazione, dell’educazione e della Ricerca”, ha concluso Margarita Gjeloshi.