Le epatiti sono tra le più frequenti forme di malattie acute e croniche del fegato e le modalità di cura cambiano a seconda del tipo e dello stadio clinico dell’epatite. Ne parliamo con il professor Massimo Colombo, specialista in Epatologia in Humanitas.

“Il termine epatite significa infiammazione e distruzione delle cellule epatiche, un processo che può verificarsi mediante due meccanismi fondamentali: più frequentemente, in seguito alla rimozione da parte del sistema immunitario – attraverso i linfociti – delle cellule infette con conseguente perdita di capacità funzionale del fegato. Questa situazione si protrae fino alla guarigione dell’epatite. Più raramente, l’epatite è causata da effetti tossici diretti dell’agente offensivo, che può essere un virus, problemi metabolici, un farmaco o una sostanza chimica”, spiega il prof. Colombo.

La classificazione delle epatiti

“Sul piano clinico distinguiamo epatiti acute ed epatiti croniche: tutti i virus epatolesivi possono causare forme acute che possono guarire spontaneamente in alcuni mesi: spesso vengono riconosciute con difficoltà, perché prive dei classici sintomi come la colorazione gialla della cute (itterizia) o della sclera dell’occhio, dolori al fegato o altri sintomi aspecifici come la stanchezza.

Sul piano eziologico si distinguono epatiti virali ed epatiti non virali. Le epatiti virali sono causate da 5 virus epatospecifici: epatite A, B, C, D o Delta ed E, e da virus “sistemici” come quello della mononucleosi, il citomegalovirus o l’herpes virus che nel quadro generale di un’infiammazione del nostro organismo possono danneggiare il fegato in modo acuto. L’epatite virale cui facciamo più comunemente riferimento è quella causata dai virus A ed E, che vengono trasmessi per via feco–orale. Le epatiti B, C e D sono dette parenterali perché vengono trasmesse mediante strumenti inquinati da sangue infetto, durante i rapporti sessuali oppure al momento del parto in neonati da madre infetta.

Le epatiti non virali, sono causate da alcuni farmaci, sostanze chimiche, reazioni di autoimmunità o da problemi metabolici. Quest’ultimi possono essere acquisiti come l’abuso di alcol e l’obesità, oppure congeniti come diabete, ipertensione arteriosa e aumento di colesterolo nel sangue”, precisa il prof. Colombo.

Le epatiti autoimmuni

“Le epatiti autoimmuni riflettono un disturbo del sistema immunitario originariamente deputato a difenderci dagli intrusi di ogni tipo, ma che in alcuni soggetti geneticamente predisposti decide di attaccare il fegato, causandone infiammazione acuta e poi cronica. Il sesso femminile, precedenti infezioni virali o batteriche, alcuni farmaci e la presenza di altre patologie autoimmuni (come tiroidite e colite ulcerosa) sono i principali fattori di rischio. In alcuni pazienti la malattia ha un esordio acuto simile all’epatite virale, mentre è comune la diagnosi tardiva di epatite autoimmune in soggetti senza sintomi, eccetto ingrossamento del fegato e inusuale stanchezza. Gli esami del sangue e la biopsia epatica consentono la diagnosi di certezza di epatite autoimmune che spesso è orientata dalla dimostrazione nel sangue di speciali e specifici anticorpi: l’epatite autoimmune di tipo I presenta positività per anticorpi antinucleo – ANA o antimuscolo liscio – ASMA mentre quella di tipo II presenta positività per anticorpi microsomiali fegato-rene – LKM1”, continua lo specialista.

La diagnosi e la cura

“La diagnosi di epatite richiede un’anamnesi completa, non solo della storia clinica del paziente, ma anche di quella familiare, propedeutica alla visita specialistica: spesso questi elementi sono sufficienti per comprendere se il paziente soffre di epatite virale o di altre patologie che si manifestano con sintomi simili, come le malattie delle vie biliari e le epatiti non virali.

Nel ricostruire la storia del paziente il medico deve ricordare che le infezioni epatiche hanno tempi di latenza differenti: il virus dell’epatite A può causare epatite acuta nel giro di 2-3 settimane fino a un massimo di due mesi; l’epatite B richiede da 1-2 mesi fino a un massimo di 6 mesi tra l’ingresso del virus e la comparsa dell’ittero o dell’innalzamento delle transaminasi nel sangue, che rappresentano il test biochimico d’elezione. L’epatite C richiede da uno a sei mesi di incubazione.

La terapia differisce a seconda del tipo e della fase clinica dell’epatite. Nel caso delle epatiti virali B e C, in pratica solo le forme croniche richiedono terapia antivirale con farmaci antivirali diretti (l’interferone è cura obsoleta nella C e poco applicata nella B). Le epatiti A ed E tendono a recedere spontaneamente nel giro di un paio di mesi, senza lasciare danni al fegato. Le epatiti autoimmuni, invece, richiedono un trattamento con cortisone eventualmente associato a immunosoppressori”, continua lo specialista.

La vaccinazione in Italia

“Per l’epatite A è disponibile un vaccino comunemente somministrato in due dosi, a distanza di sei mesi l’una dell’altra, consigliato a tutti i soggetti a rischio, come per esempio i malati cronici di fegato e i conviventi di soggetti con epatite acuta A. L’epatite virale B, invece, è stata aggredita con successo dalla vaccinazione dei nuovi nati garantita per legge dal 1991; oggi tutti gli italiani di età compresa tra 3 mesi e 38 anni sono protetti contro l’infezione, che ricordiamo ogni anno uccide quasi due milioni di persone nel mondo ed è la causa più frequente di cancro del fegato. Il vaccino è offerto gratuitamente dal Sistema Sanitario Nazionale ai soggetti a rischio per motivi professionali, stile di vita o per un viaggio nei Paesi endemici. Per i vaccinati, un semplice esame del sangue rivela la quantità di anticorpi anti-epatite B circolanti e laddove risulti bassa, indica di sottoporsi al richiamo vaccinale.

In generale, in ottica preventiva è consigliabile avere rapporti sessuali protetti; evitare esecuzione di tatuaggi e piercing; quando si viaggia in zone del mondo ritenute a rischio, seguire le indicazioni di prevenzione e laddove possibile, sottoporsi alle vaccinazioni preventive”, ha concluso il professor Colombo.