Il 28 luglio è stata la Giornata Mondiale delle Epatiti virali, un problema sanitario che interessa quasi 300 milioni di persone in tutto il mondo.

Come ci spiega il professor Alessio Aghemo, Responsabile dell’Unità Operativa di Medicina Generale ed Epatologia di Humanitas, docente di Humanitas University e membro della commissione AISF (Associazione Italiana per lo Studio del Fegato), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha sviluppato un piano per l’eliminazione di queste patologie attraverso la diminuzione dei nuovi casi e la riduzione della mortalità.

Se per l’epatite B questo si applica principalmente attraverso la vaccinazione e la prevenzione della trasmissione ai nuovi nati, per l’epatite virale C è disponibile una terapia che offre la guarigione a circa il 98% delle persone che ricevono il trattamento. Nonostante la terapia antivirale sia disponibile in Italia dal 2014, a oggi nel nostro Paese sono stati trattati circa metà dei pazienti con epatite C. La grande sfida dei prossimi anni è identificare e trattare i restanti 200.000 pazienti italiani che soffrono di questa malattia.

Il lancio della Campagna sociale per l’eliminazione dell’epatite C

Questi sono stati i temi al centro della conferenza stampa per il lancio della Campagna sociale per l’eliminazione dell’epatite C, che si è svolta lo scorso mercoledì 24 luglio presso il Senato della Repubblica a Roma. Un’iniziativa promossa dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) insieme all’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), con il Patrocinio del Consiglio dei Ministri e del Ministero della Salute.

All’incontro ha preso parte anche il professor Alessio Aghemo come rappresentante dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF).

“Nonostante i grandi successi ottenuti in Italia contro l’epatite C (sono 185mila i pazienti già curati e di questi il 97% è guarito dal virus), dobbiamo ora spostare il nostro impegno nell’identificare i pazienti che non sono a conoscenza della malattia o non sono seguiti dagli specialisti. Per questo motivo è fondamentale implementare campagne di sensibilizzazione della popolazione verso la malattia e disegnare percorsi di diagnosi in grado di far emergere il sommerso, ossia le persone malate di fegato, ma non ancora seguite dagli specialisti”, ha spiegato il professore.

Un successo terapeutico legato anche alla disponibilità, nel nostro Paese, di tre diversi trattamenti farmacologici: una varietà che permette agli specialisti di proporre a ciascun paziente lo schema di trattamento per lui più appropriato.

Che cos’è l’epatite C?

L’epatite C è un’infezione a carico del fegato, dovuta all’azione del virus HCV, la cui trasmissione avviene mediante il contatto con sangue infetto.

La malattia è in genere asintomatica, pertanto la maggior parte delle persone che ne sono colpite non se ne accorgono finché il fegato non inizia a manifestare i danni subiti a causa del virus: un riscontro che però si verifica anche molti anni dopo rispetto al contagio. Il rischio maggior legato all’epatite C è la cronicizzazione, che si verifica in moltissimi dei pazienti che non vengono diagnosticati e dunque trattati (spesso proprio per l’assenza dei sintomi). Le conseguenze dell’epatite C sono molto gravi (insufficienza epatica, cirrosi, tumore del fegato) ed è pertanto fondamentale non solo eradicare il virus tempestivamente una volta effettuata la diagnosi, ma anche ridurre la circolazione del virus sensibilizzando la popolazione anche sul rischio individuale ad aver contratto il virus e a sottoporsi al test diagnostico.

Una particolare attenzione va riservata alle categorie a rischio come gli over 50 (che possono aver contratto il virus nel corso della gioventù), i detenuti, i tossicodipendenti, ma anche i migranti (soprattutto se provenienti da Paesi in cui l’HCV è molto diffuso), che spesso non hanno accesso al test e alle cure.

In questo senso è anche necessario che il test del sangue per la ricerca del virus HCV sia gratuito e di facile accesso in tutte le Regioni, così come avviene per il test HIV.

Un progetto per rendere Humanitas il primo ospedale “Hepatitis C free”

Un progetto disegnato da Humanitas e condotto nell’Unità Operativa di Medicina Generale ed Epatologia diretta dal professor Aghemo, è appena stato premiato al Gilead Fellowship Program ottenendo un finanziamento.

“Il progetto è molto semplice: vogliamo essere il primo ospedale italiano libero da HCV. Per fare questo è necessario identificare i pazienti quando afferiscono in Ospedale per procedure mediche o chirurgiche e rapidamente trattarli con gli antivirali, in modo da guarirli completamente nel giro di 3-4 mesi. Il premio che abbiamo ricevuto riconosce il nostro sforzo organizzativo e ci permetterà di raggiungere l’obiettivo”.

L’impegno di Humanitas verso l’epatite virale non si concentrerà solo sull’epatite C: da settembre 2019 infatti sarà disponibile nell’Unità Operativa diretta dal prof. Aghemo una sperimentazione con il primo farmaco sviluppato contro l’epatite Delta, una forma di epatite a rapida progressione che oggi non dispone di trattamenti efficaci.