In occasione del Congresso Congiunto delle Società Scientifiche di Chirurgia, a Roma dal 14 al 18 ottobre, il professor Vittorio Quagliuolo – Responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia generale oncologica di Humanitas – ha presentato davanti alla platea di esperti la Relazione Biennale dal titolo “Attualità nel trattamento dei sarcomi del retroperitoneo”. 

La kermesse è la più importante a livello nazionale in quanto vede la partecipazione di oltre trenta società chirurgiche italiane di diverse specialità e branche delle chirurgia, con la presenza di oltre 3.500 chirurghi ed esperti che provengono da tutta Italia e dall’estero. 

La lettura, quindi, della Relazione Biennale davanti a questa platea è stata senza dubbio un riconoscimento al lavoro e alla ricerca del professor Quagliuolo, che da sempre si occupa di sarcomi e in particolare di sarcomi del retroperitoneo.

Alla relazione, che viene assegnata dal Comitato Direttivo della Società Italiana di Chirurgia, fa seguito la pubblicazione di una monografia, testo che entra a far parte di fatto della letteratura scientifica. La Springer, casa editrice specializzata nell’edizione di riviste e opere scientifiche e mediche, ha pubblicato la monografia “Current treatment of retroperitoneal sarcomas. A joint effort with the Italian Society of Surgical Oncology”, di cui lo stesso professor Quagliuolo è editor insieme al collega Alessandro Gronchi, dell’Istituto Nazionale dei Tumori.

 

La chirurgia dei sarcomi del retroperitoneo: come è cambiata negli ultimi anni

“I sarcomi che colpiscono il retroperitoeno sono una patologia estremamente rara, pari al 16% di tutti i casi di sarcomi, si tratta di circa 400 nuovi pazienti all’anno”, ha spiegato il professor Quagliuolo. “È un ambito che negli ultimi anni ha fatto molti passi avanti rispetto al passato, quando era un argomento di studio che però non dava grandi soddisfazioni dal punto di vista dei risultati in termini di outcome oncologico, mentre oggi suscita molto interesse da parte della comunità scientifica”.

“Fino agli anni 2000 i sarcomi del retroperitoneo erano gravati da una percentuale molto alta di recidive locali – ha aggiunto il professore -: la sopravvivenza globale dei pazienti affetti da  questa patologia era intorno al 30% a 10 anni dall’intervento, con un 50% di recidive locali a 5 anni, quindi un paziente su due ricadeva con una  recidiva locale e solo uno su tre sopravviveva al sarcoma”.

“Per questo si è deciso di cambiare strategia chirurgica e passare da una chirurgia conservativa a una più demolitiva”, ha spiegato Quagliuolo “ Un approccio in controtendenza rispetto a quello che si è sviluppato negli ultimi decenni con trattamenti chirurgici invece più conservativi come nel caso di mammella, retto, della chirurgia cervico-facciale e di quella per i sarcomi agli arti.

“Un tempo la chirurgia del retroperitoeno era tesa a conservare il più possibile soprattutto gli organi circostanti che entravano in contatto con il tumore, come ad esempio colon, reni, pancreas o muscolo psoas, mentre ora vengono coinvolti nell’asportazione di  principio, indipendentemente dal fatto che siano evidentemente infiltrati dal sarcomi o meno”, ha spiegato il professore chiarendo che “ questa scelta  deve essere condivisa ed accettata dai pazienti, spiegando  loro che per quanto sia un’operazione molto impegnativa e demolitiva i risultati a distanza in termini di sopravvivenza e di beneficio sono significativi”.

Con questa strategia chirurgica la sopravvivenza globale a 10 anni è aumentata dal 30% al 50% dei casi, mentre è diminuita la comparsa di recidive locali a 5 anni dal 50% al 23%. Anche la mortalità e le complicanze postoperatorie sono contenute.