Tumore della prostata, la sorveglianza attiva rappresenta un’alternativa alla chirurgia in pazienti a rischio di progressione molto basso e con tumori clinicamente poco significativi. Ne ha parlato il prof. Giorgio Guazzoni, Responsabile di Urologia di Humanitas, in una recente video-intervista pubblicata sulla rubrica “Mi dica dottore” di Corriere Tv.

 

Che cos’è la sorveglianza attiva?

La sorveglianza attiva è un concetto relativamente nuovo, che viene proposto a pazienti a rischio di progressione molto basso e con tumori clinicamente poco significativi, allo scopo di evitare i trattamenti attualmente utilizzati: chirurgia (prostatectomia a cielo aperto, laparoscopica e robot-assistita), radioterapia esterna e brachiterapia. Tali approcci, infatti, garantiscono percentuali di sopravvivenza e di controllo sostanzialmente equivalenti, ma effetti collaterali spesso impattanti sulla qualità della vita (quali compromissione della continenza urinaria e della potenza sessuale). La sorveglianza attiva per il carcinoma prostatico è proposta solo in casi selezionati e in presenza di precise caratteristiche cliniche e psicologiche. È previsto un atteggiamento osservazionale fino a cambiamento di tali caratteristiche, con controlli periodici scanditi secondo un calendario ben definito di visite ed esami.

 

Quali fattori devono essere considerati nella scelta del trattamento?

“I fattori che vengono considerati sono: l’età del paziente, l’effettiva aggressività della malattia ed, eventualmente, il numero di biopsie effettuate. Se gli esami evidenziano una crescita del PSA – l’antigene prostatico specifico, uno dei campanelli d’allarme della presenza di un carcinoma prostatico – ma le biopsie effettuate danno tutte esito negativo, si procede all’esecuzione di una risonanza magnetica con la quale sarà possibile capire se bisogna procedere con altre biopsie, alla ricerca del tumore, o se invece la crescita del PSA è dovuta semplicemente a un processo infiammatorio”.

 

Perché l’età è un fattore importante?

“Se ci troviamo di fronte a un paziente che ha più di 75 anni, con un’aspettativa di vita media di 10-12 anni, non ha nessun significato sottoporre la persona a dolorose e impegnative biopsie ogni volta che si registra un cambiamento dei livelli del PSA. In questi casi è molto meglio, appunto, adottare un approccio di tipo osservazionale, che consente di evitare la chirurgia a pazienti spesso anziani e, quindi, particolarmente fragili”.