Nuovi marcatori per la diagnosi precoce del tumore alla prostata, il PHI (Prostate Health Index) è efficace anche in pazienti con PSA elevato. Lo dimostra uno studio presentato dal dott. Giovanni Lughezzani, urologo dell’équipe del prof. Giorgio Guazzoni, in occasione del prestigioso meeting annuale dell’American Urological Association, tenutosi dal 6 al 10 maggio a San Diego. Al congresso AUA erano presenti, in qualità di docenti e relatori, anche il dott. Massimo Lazzeri e il dott. Rodolfo Hurle.

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Quali aspetti ha messo in evidenza lo studio presentato dal dott. Lughezzani?

Tumore alla prostata e diagnosi precoce, evitare esami inutili è possibile grazie ai nuovi marcatori. Il PSA, infatti, è un antigene molto sensibile ma poco specifico per la patologia tumorale. Spesso vengono quindi prescritte biopsie che però danno risultati negativi. La ricerca è quindi impegnata nell’individuazione di altri marcatori con cui affinare la diagnosi.

Il lavoro, presentato al congresso dell’American Urological Association e frutto di uno studio multicentrico coordinato dall’Urologia del prof. Guazzoni, ha dimostrato l’efficacia del PHI in pazienti con PSA elevato, sopra i 10 ng/ml. La convinzione che a un PSA elevato corrisponda la presenza del carcinoma prostatico, ha fatto sì che non si sia mai verificata l’utilità del PHI anche in questi pazienti.

“I livelli di PSA, però – spiega il dott. Lughezzani – possono aumentare anche a seguito di condizioni benigne, come iperplasia prostatica benigna o prostatite cronica. Pertanto, in più della metà dei pazienti con PSA elevato, le biopsie prostatiche possono risultare negative. In tali casi, l’ausilio di marcatori più efficaci come il PHI potrebbe ridurre significativamente il numero di biopsie inutili”. Un altro studio recentemente condotto in Humanitas ha inoltre messo in evidenza che il PHI consente di predire il rischio di recidive in soggetti precedentemente sottoposti a prostatectomia radicale

“La comunità scientifica – conclude il dott. Lughezzani – è ora al lavoro per introdurre nuovi marcatori genetici che, rispetto a quelli del sangue, consentirebbero una maggiore accuratezza diagnostica, fondamentale per impostare terapie sempre più personalizzate e quindi, efficaci”.