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Epatite virale


Cos’è l’epatite virale?

L’epatite è un’infiammazione delle cellule del fegato (cellule epatiche) determinata da un virus. Esordisce generalmente in modo acuto, ma può essere sintomatica o asintomatica e l’evoluzione di questa patologia può essere autolimitante o cronica.

Quali sono le cause dell’epatite virale?

I virus dell’epatite A, dell’epatite B, dell’epatite C e dell’epatite D sono le principali cause di epatite acuta e cronica in Italia, più del 50% dei casi. Tuttavia, molti agenti virali (dalla mononucleosi al Covid-19) possono dare un certo grado di epatite. La diffusione delle infezioni virali e dei fattori di rischio ad esse correlati ha subito nell’ultimo decennio notevoli variazioni. Il miglioramento generale delle condizioni igienico sanitarie, la vaccinazione obbligatoria per il virus B, la vaccinazione per il virus A, la maggior attenzione in comportamenti a rischio soprattutto per la paura dell’AIDS, il miglioramento dell’igiene nelle procedure sanitarie (materiali monouso, sterilizzazione più accurata, ecc.) e lo sviluppo di test diagnostici che permettono il riconoscimento dei virus (trasfusioni sicure), hanno permesso di ridurre la trasmissione delle epatiti virali.

Prevenzione e stile di vita

Come per tutte le patologie, lo stile di vita ha un ruolo fondamentale nella prevenzione primaria delle epatiti virali. È importante avere uno stile di vita attivo, unito a una dieta sana e a un consumo ridotto o nullo di bevande alcoliche.

È inoltre fondamentale il vaccino per le epatiti A e B. Nel caso di un viaggio in programma in zone considerate a rischio, è necessario seguire tutti i protocolli sanitari della regione.

Un grande fattore di rischio è rappresentato dall’esecuzione di piercing e tatuaggi in ambienti non sicuri. È quindi importante rivolgersi sempre a strutture e professionisti certificati, che utilizzino esclusivamente la strumentazione adeguata e che rispetti rigidi protocolli di igiene e sicurezza.

Quali sono i sintomi dell’epatite virale?

L’infezione da virus A: causa una malattia acuta che non cronicizza. Il quadro clinico è quello di una malattia simil-influenzale con ittero (colorazione gialla della cute) nella maggioranza dei casi, nausea e vomito, stanchezza, perdita di appetito, dolore addominale, o diarrea. Il periodo d’incubazione – tempo tra l’infezione e l’evidenza clinica – è compreso tra le 3 e le 6 settimane, ma può protrarsi a 6 mesi. La maggioranza dei pazienti guarisce senza particolari problemi durante il decorso della malattia. I sintomi sono più severi negli adulti rispetto ai bambini, nei quali la malattia è spesso asintomatica. Il contagio avviene attraverso il contatto oro-fecale – feci infette che contaminano alimenti. La malattia è letale nel 0,02 % dei casi.

L’infezione da virus B: causa sintomi simili a quelli provocati dal virus A, ma a differenza di questo virus nel 5% dei casi l’infezione si cronicizza – mediamente se entro sei mesi dall’inizio della malattia non avviene la guarigione. Il virus B può quindi portare alla cirrosi (cicatrizzazione), al tumore del fegato (carcinoma epatico) ed all’insufficienza epatica (riduzione della funzione). Queste ultime situazioni a differenza dell’epatite cronica, che può decorrere per decenni senza che vi siano sintomi, rappresentano la fase sintomatica della malattia di fegato. Il contagio avviene per contatto di materiale infettato (sangue, fluidi biologici, strumenti infetti). La malattia acuta da virus B è letale nel 0,5% dei casi.

L’infezione da virus C cronicizza nel 60-85% dei casi; la malattia acuta è molto spesso asintomatica tanto che la maggior parte delle diagnosi viene fatta molti anni dopo che è avvenuta l’infezione. Anche il virus C può causare cirrosi, epatocarcinoma ed insufficienza epatica. La via di contagio è simile a quella del virus B, essendo tuttavia il C meno infettante. L’epatite C acuta può essere fatale nel 0,1% dei casi

Il virus Delta coinfetta o superinfetta i portatori del virus B – in alcune casistiche fino al 50% circa dei casi. L’infezione cronicizza in un tasso elevato di casi ed è letale nel 0,2% dei casi acuti.

Diagnosi

Per mezzo di prelievo ematico è possibile misurare i valori di funzionamento del fegato (test epatici).

Trattamenti

Epatite A

Non esistono trattamenti specifici. Nella grande maggioranza dei casi, l’epatite A recede spontaneamente in un paio di mesi, senza danni permanenti al fegato, quindi spesso il trattamento si basa sui sintomi. È consigliabile:

  • Stare a riposo e non svolgere attività fisiche troppo intense, perché il sintomo principale è un maggiore affaticamento.
  • In caso di nausea e inappetenza – che possono portare chi ne soffre a non mangiare con conseguente accentuazione dell’affaticamento – consumare pasti più frequenti con quantità inferiori di cibo.
  • Non sollecitare eccessivamente il fegato con farmaci e alcol, per un decorso più rapido e sintomi più lievi.

Epatite B

L’infezione in forma acuta spesso non richiede alcun trattamento, ma si procede nel tentativo di attenuare i sintomi. Se l’epatite B diviene cronica, invece, il trattamento prevede in genere antivirali, farmaci estremamente efficaci nel controllare la replicazione virale, ben tollerati e privi di effetti collaterali di rilievo. Questi farmaci però non eliminano il virus, pertanto devono essere assunti a vita. Nei casi di compromissione delle funzioni del fegato, si può valutare un trapianto di fegato.

Epatite C

La terapia dell’epatite C ha subito un radicale cambiamento negli ultimi anni: grazie a farmaci antivirali per via orale è possibile eliminare completamente il virus dell’epatite C in 8 settimane. Questi farmaci sono disponibili in Italia dal 2015 e il costo è coperto dal Sistema Sanitario Nazionale, pertanto il trattamento è consigliato a tutti i soggetti infetti, indipendentemente dai sintomi o dalla gravità di malattia.

Il trapianto di fegato può essere considerato se la salute generale del paziente è buona, ma l’epatite compromette il fegato.

Infine, a chi è affetto da epatite C, sono raccomandati i vaccini specifici per i virus di epatite A e B, dato che l’eventuale infezione con questi virus potrebbe creare complicazioni severe in un paziente già affetto da malattia di fegato.