La Tomografia a Emissione di Positroni (PET) è una metodica diagnostica utilizzata in Medicina Nucleare per individuare con grande precisione informazioni specifiche metaboliche su organi e tessuti dell’organismo. La PET è particolarmente utile in ambito oncologico sia durante la diagnosi iniziale per localizzare il tessuto malato ed eseguire una corretta stadiazione, sia nella rivalutazione della malattia dopo chirurgia, terapia medica o radioterapia.
Ne parliamo con il dottor Marcello Rodari, Responsabile dell’Unità Operativa di Medicina Nucleare dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
PET: che cos’è e a cosa serve?
La PET è un’indagine diagnostica di Medicina Nucleare che utilizza diversi radiofarmaci indirizzati a differenti metabolismi e recettori. Oltre all’ambito oncologico, la PET può essere utile anche in ambito neurologico, cardiologico e per la valutazione delle infezioni. Presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas Rozzano sono disponibili due tomografi PET/TC digitali di ultima generazione, che consentono di acquisire immagini con una risoluzione spaziale ottimale. Questi tomografi consentono di svolgere l’esame in un tempo minore rispetto a quanto accadeva con i tomografi analogici di vecchia generazione. Inoltre avendo un sistema di rilevazione molto sensibile sono necessarie attività di radiofarmaco minori, abbassando notevolmente la dose di radioattività assorbita dal paziente.
Presso la Medicina Nucleare di Humanitas Rozzano è disponibile anche un ciclotrone, una strumentazione che consente di produrre isotopi radioattivi che vengono poi coniugati a molecole per la sintesi dei radiofarmaci all’interno di un laboratorio di radiofarmacia.
PET: come si svolge l’esame?
L’esame viene confermato dal medico di Medicina Nucleare in sede di visita pre-esame, valutando l’anamnesi, il quesito diagnostico e l’appropriatezza dell’esame stesso. Successivamente, al paziente viene somministrato il radiofarmaco e a seguire in tempi diversi viene effettuata l’acquisizione delle immagini. L’attesa dall’iniezione del radiofarmaco all’inizio dell’esame dipende dalle caratteristiche del radiofarmaco, ed è variabile da 10 a 90 minuti.
La durata dell’esame è di circa 10 minuti per un campo whole-body; al paziente durante l’esame è richiesto di mantenersi sdraiato e immobile.
La PET è dolorosa o pericolosa?
La PET non è né dolorosa né pericolosa. L’iniezione del radiofarmaco può provocare fastidio, ma si tratta di una procedura veloce. Il volume di radiofarmaco somministrato, inoltre, è molto basso, e non si associa a problematiche specifiche. Non si verificano inoltre problematiche di allergia.
PET con FDG: che cos’è e come prepararsi all’esame
Il principale radiofarmaco PET utilizzato in medicina nucleare è il fluorodesossiglucosio (FDG), un analogo del glucosio marcato con l’isotopo F18. I tumori, infatti, hanno un elevato turnover cellulare e consumano un quantitativo più elevato di zucchero rispetto alla cellule sane; per questo motivo le aree neoplastiche risultano avere una maggior concentrazione di FDG e quindi sono visibili come aree ipercaptanti all’esame PET.
È importante che il paziente si prepari in maniera ottimale per lo svolgimento della PET. È quindi indispensabile che sia a digiuno da circa 6 ore, durante le quali è possibile assumere acqua. Non è necessario sospendere farmaci. I pazienti diabetici possono svolgere l’esame seguendo delle norme che verranno consegnate all’atto di prenotazione; i medici della medicina nucleare sono comunque sempre disponibili per eventuali domande o necessità specifiche prima e dopo l’esame.
PET: cosa succede dopo l’esame?
Dopo l’esame il paziente può allontanarsi senza particolari indicazioni. La somministrazione del radiofarmaco, infatti, non si associa a effetti collaterali e anche da un punto di vista radioprotezionistico, la quantità di radioattività residua all’interno dell’organismo dopo l’esame è molto bassa.
A questo riguardo comunque, all’atto di prenotazione, vengono fornite al paziente le norme di preparazione e le norme comportamentali da seguire dopo l’esame che variano a seconda del radiofarmaco utilizzato.
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