La medicina nucleare utilizza radiazioni ionizzanti per finalità diagnostiche e terapeutiche. Si occupa quindi sia dell’indagine funzionale di tessuti e organi del corpo, sia, in fase di terapia, di varie patologie di tipo oncologico e non oncologico. I radiofarmaci hanno un’azione mirata grazie alla quale possono concentrarsi su aree specifiche e distruggere le cellule malate.
Ne parliamo con la professoressa Laura Evangelista, dell’Unità di Medicina Nucleare presso l’IRCCS Istituto Humanitas di Rozzano.
Cosa sono i radiofarmaci?
I radiofarmaci sono sostanze leggermente radioattive che vengono impiegate sia in fase di diagnosi, sia per curare la malattia. I radiofarmaci sono infatti marcati con una lieve quantità di radioattività in grado di concentrarsi in modo mirato su tessuti specifici.
In questo modo è possibile identificare i processi di funzionamento degli organi, come il rene o il cuore (per esempio per valutare la perfusione del cuore), ma anche di identificare i bersagli presenti a livello cellulare che servono per avere diagnostiche e terapie ad alta precisione.
Come funzionano i radiofarmaci?
I radiofarmaci si somministrano nella maggior parte dei casi per via endovenosa, ma ci sono, anche se in misura minore, alcuni radiofarmaci che possono essere somministrati per via orale. I radiofarmaci somministrati per via endovenosa vengono in genere utilizzati a scopo diagnostico e, in alcuni casi, anche a scopo terapeutico.
A valutare il radiofarmaco adeguato alla condizione clinica del singolo paziente è lo specialista in medicina nucleare che, in fase di visita, raccoglie le informazioni sulle patologie e la storia clinica del paziente e accerta l’assenza di controindicazioni per l’uso di sostanze radiomarcate.
Chi può curarsi con i radiofarmaci?
Oggi i radiofarmaci a scopo terapeutico sono disponibili per i pazienti interessati da tumore differenziato della tiroide e da tumore metastatico della prostata che non hanno risposto in precedenza a trattamenti sistemici (quindi trattamenti che interessano la totalità dell’organismo), oppure in pazienti con tumore neuroendocrino in fase di malattia metastatica.
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