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Un bisturi dolce per le emorroidi

Non è certo un argomento da salotto eppure a soffrirne sono più di tre milioni di italiani. Quasi il 40 per cento della popolazione adulta. Degli eventuali guai a quei “cuscinetti venosi” conosciuti come emorroidi ai quali madre natura ha affidato una funzione importante, si parla malvolentieri anche al proprio medico. Forse perché è noto che l’inevitabile rimedio chirurgico è tra i più dolorosi. Ma una tecnica, cosiddetta di “Longo” dal nome dell’ideatore, rivoluziona l’approccio a questo disturbo.

A chi ci informa confidenzialmente di avere le emorroidi bisognerebbe rispondere: “meno male”. C’è infatti un grosso equivoco da chiarire. Quelle che gli inglesi hanno battezzato “anal cushions” sono una sorta di “guarnizioni” interne dell’ultima parte dell’intestino, fondamentali per la continenza. Sono tre, hanno una struttura vascolare (arterie e vene), connettivale e muscolare e funzionano appunto come valvole che si gonfiano e si sgonfiano all’atto fisiologico. La condizione patologica si instaura quando si infiammano, aumentano di volume, sanguinano e prolassano. Può accadere per stimolazioni eccessive di natura meccanica (stipsi) o durante la gravidanza, per la compressione esercitata dall’utero ingrossato che può alterare la circolazione venosa (succede nel 60 per cento delle future mamme, soprattutto, verso gli ultimi mesi) . Esiste, inoltre, la possibilità che a causare le emorroidi sia un eccesso di stress. Ma non è dimostrato.
Invece, che gli alimenti piccanti abbiano qualche responsabilità nel causare la malattia pare sia una delle tante leggende metropolitane che circolano in tema salute.

I rimedi tradizionali
L’intervento classico di emorroidectomia (il bisturi che agisce direttamente sulle emorroidi fuoriuscite), oggi è in larga parte sostituito dalla tecnica di Longo, ma non del tutto abbandonato.
La legatura elastica e le iniezioni di sclerosanti sono rimedi ancora validi con indicazioni però limitate per emorroidi in stadio iniziale.
La crioterapia si è rivelata poco efficace, quindi praticamente abbandonata.
Infine, pomate e supposte sono rimedi “conservativi” utili per le emorroidi in stadio iniziale che ancora non si operano e comunque utilizzate negli altri casi per alleviare i sintomi.

La novità
Il professor Antonio Longo, responsabile del dipartimento di Colonproctologia dell’ospedale viennese Saint Elisabeth, ha ideato e messo a punto un metodo chirurgico che rispetta l’anatomia del plesso emorroidario e consente, rispetto alla tecnica classica, una ripresa più rapida. Infatti, prima di riprendere le attività quotidiane dopo l’emorroidectomia tradizionale sono necessari almeno 10 giorni, anziché i 4-5 giorni della tecnica Longo. Una guarigione completa si ha invece dopo circa 7-8 giorni con la tecnica di Longo, rispetto alle 4-5 settimane necessarie con la tecnica tradizionale.
Inoltre, con la tecnica di Longo le recidive non sembrano essere superiori a quelle della tecnica tradizionale e soprattutto è garantito il ripristino funzionale di questa regione “strategica” del nostro corpo.

“La procedura raramente dura più di 15-20 minuti. L’approccio chirurgico tradizionale, invece, può protrarsi anche oltre la mezz’ora. La tecnica di Longo si può eseguire in anestesia locale con sedazione profonda e prevede la conservazione delle emorroidi che vengono riposizionate nella loro sede fisiologica resecando un anello della parte alta della mucosa anale” spiega Stefano Bona, specialista dell’Unità Operativa di Chirurgia Generale e Mini-invasiva dell’Istituto Clinico Humanitas “E, grazie al nuovo strumento monouso che chiamiamo “stapler”, la rimozione è contemporanea alla sutura”. L’aspetto fondamentale per i pazienti è che questa tecnica evita i dolori associati alla parola emorroidectomia, cioè all’intervento classico. La mucosa su cui il medico agisce per ridurne un tratto costringendo così le emorroidi a “risalire” all’interno, è situata in un’area meno sensibile al dolore e la tecnica di Longo non prevede ferite aperte. Quindi, il postoperatorio si può affrontare tranquillamente, senza alcun timore di sofferenze insopportabili.

A cura di Cristina Sparaciari

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