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Tumori, il cinema è troppo pessimista?

Il tumore è rappresentato in modo troppo pessimistico al cinema. Uno studio dell’università La Sapienza ha analizzato 82 pellicole: in 46 casi, il protagonista non sopravvive. Ne parliamo con Armando Santoro, direttore di Humanitas Cancer Center.

“Erin Brockovich” (2000) , “La forza della mente” (2001) e “Gran Torino” (2008) sono gli esempi più lampanti, ma molti film (e moltissime serie televisive) hanno parlato e parlano di cancro; fin dai tempi di “La gatta sul tetto che scotta” (1958) e “Love story” (1970), i tumori sono stati rappresentati sul grande schermo come elemento drammatizzante o anche solo come sfondo delle vicende dei protagonisti. Questo ci ha portato a solidarizzare con gli sfortunati protagonisti di tali vicende, che molto spesso subiscono una tragica fine. Uno studio condotto dagli esperti dell’università La Sapienza ha analizzato 82 pellicole nelle quali si parla di tumori: in ben 46 casi, il protagonista non sopravvive alla malattia.
Fortunatamente, la realtà, almeno nei nostri tempi, è differente: infatti, nelle fiction e nei film non si parla quasi mai dei progressi della medicina e delle nuove terapie e, quando i protagonisti guariscono, la loro sopravvivenza viene spesso attribuita più alla forza di volontà che alle opportunità terapeutiche che la medicina offre. Colpa della scarsa informazione? Ne abbiamo parlato con Armando Santoro, direttore di Humanitas Cancer Center.

Dottor Santoro, cosa pensa di come il cancro viene rappresentato nelle opere di finzione come film e serie televisive?

“Premesso che il cancro non è certamente semplice da rappresentare a beneficio del grande pubblico, la tendenza è, in genere, quella di fare diventare la malattia un elemento di tragedia ineluttabile. Raramente, forse anche per via della scarsa informazione, si parla dei grandi progressi che la medicina, e l’oncologia in particolare, hanno fatto negli ultimi anni. Da una parte ciò è comprensibile ed ha portato una maggiore attenzione nei confronti di chi soffre; eppure, se i media trasmettessero anche un messaggio di speranza e parlassero delle tante persone che ce l’hanno fatta, questo potrebbe servire a migliorare la percezione del pubblico in merito al fatto che di cancro non si muore soltanto e che, al contrario di quanto accade in molti dei film e dei telefilm che vengono messi in onda, più della metà dei nostri pazienti tornano a condurre una vita pressochè normale. Per esempio, non conosco alcun film nel quale si tratti il tumore della mammella, che è fra i più diffusi ed ha una sopravvivenza molto alta, che si sta avvicinando al 90%”.

Un approccio differente potrebbe, a suo parere, generare conseguenze positive?

“Credo di si. Anche se bisogna riconoscere che le pellicole che ne trattano hanno attirato l’attenzione sul problema e creato una certa empatia verso il malato e la sua condizione, è tempo che il pubblico sappia che esistono nuove efficaci terapie che consentono di combattere il cancro in maniera efficace. Non è più una battaglia persa in partenza, insomma. Strumenti come il cinema e le serie televisive raggiungono moltissime persone che difficilmente hanno la possibilità di conoscere questi argomenti in altre maniere; bisognerebbe dunque cercare di darne un’immagine veritiera, che renda certamente il senso drammatico della malattia e dei problemi che il paziente deve affrontare, ma che educhi anche il pubblico al fatto che esistono delle soluzioni ed è spesso possibile tornare alla propria normale esistenza”.

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