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Il trattamento dell’epatocarcinoma, la dottoressa Rimassa invitata a ESMO come esperta per commentare due nuovi studi

Si è svolto dall’8 al 12 settembre in Spagna, a Madrid, il meeting annuale della European Society for Medical Oncology (ESMO), un appuntamento cui hanno preso parte circa 24mila partecipanti.

La dottoressa Lorenza Rimassa, Vice Responsabile di Oncologia medica in Humanitas, è stata invitata da ESMO in quanto esperta di patologia, come co-moderatore e commentatrice di due studi presentati da alcuni colleghi.

La dottoressa ha moderato, insieme al professor Manuel Hidalgo, docente presso la Harvard Medical School, una sessione dedicata ai tumori gastrointestinali non colo-rettali, commentando due studi sull’epatocarcinoma, mettendone in luce i punti di forza e i punti di debolezza.

Il trattamento dell’epatocarcinoma

L’epatocarcinoma è il tumore principale a carico del fegato, rappresenta la quinta neoplasia più frequente nel mondo e la seconda causa di morte per cancro. I casi sono in continuo aumento e alle cause già note come l’abuso di alcol, l’epatite B e l’epatite C, si è aggiunta più di recente la sindrome metabolica. Nella maggior parte dei casi infatti l’epatocarcinoma si sviluppa su un fegato cirrotico.

La cura dell’epatocarcinoma in fase avanzata (non suscettibile di chirurgia o trattamenti loco-regionali) per dieci anni (dal 2007) è stata affidata a sorafenib, l’unico farmaco disponibile per il trattamento di questa neoplasia.

A giugno 2016, in occasione di ESMO World Congress on Gastrointestinal Cancer a Barcellona, è stato presentato il primo dato positivo di un farmaco attivo in seconda linea (regorafenib), ovvero quando sorafenib non è più efficace.

Lo scorso giugno, in occasione del meeting annuale di ASCO (American Society of Clinical Oncology), è stato presentato un altro studio molto importante che ha confrontato sorafenib con un nuovo farmaco (lenvatinib) ed è emerso che i due farmaci non presentano differenze significative in termini di efficacia e modalità di somministrazione.

Come si sceglie dunque tra l’uno e l’altro? A questo quesito aperto hanno cercato di dare risposta i due abstract presentati a ESMO e commentati dalla dottoressa Rimassa.

L’analisi dei biomarcatori

“Analysis of serum biomarkers (BM) in patients from a phase 3 study of lenvatinib vs sorafenib as first-line treatment for unresectable hepatocellular carcinoma (R.S. Finn e altri)”: questo il titolo del primo abstract, in cui i ricercatori hanno valutato, su un gruppo di pazienti inseriti nello studio presentato a ASCO, se vi fossero biomarcatori nel sangue e nel tessuto tumorale in grado di predire la prognosi e la responsività al trattamento, così da poter aiutare nella scelta della strategia terapeutica migliore.

Effetti sulla qualità di vita

“Health-related Quality of Life and Disease Symptoms in Patients With Unresectable Hepatocellular Carcinoma Treated With Lenvatinib or Sorafenib (A. Vogel e altri)”: il secondo abstract ha invece raccolto i dati provenienti da due questionari sottoposti ai pazienti inseriti nel medesimo studio, per comprendere l’impatto dei due farmaci sulla loro qualità di vita. Alle domande ha risposto più del 98% dei pazienti, un dato altissimo, e dai risultati è emerso un parziale vantaggio a favore di lenvatinib.

“I risultati presentati sono entrambi preliminari e si attendono le pubblicazioni dei lavori per esteso, al fine di avere maggiori dati a supporto dell’impiego di ciascun farmaco.

Riveste però grande importanza il fatto che finalmente, dopo dieci anni, saranno a breve disponibili nuovi farmaci per i pazienti con epatocarcinoma in fase avanzata e la scelta di ciascun farmaco potrà essere basata su diversi aspetti quali efficacia, tollerabilità, qualità di vita e forse anche selezione molecolare”, ha sottolineato la dottoressa Rimassa.

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