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Sindrome VEXAS: in Humanitas un percorso dedicato tra cura e ricerca

Humanitas sviluppa un percorso dedicato alla Sindrome VEXAS, una patologia complessa e ancora poco conosciuta, che richiede competenze integrate tra ematologi, reumatologi, immunologi e genetisti.

All’interno del Cancer Center e dell’Immuno Center, Humanitas è tra i primi ospedali in Italia ad aver attivato un percorso multidisciplinare dedicato, con l’obiettivo di offrire diagnosi precise, terapie personalizzate e accesso a studi clinici innovativi.

Che cos’è la Sindrome VEXAS?

La Sindrome VEXAS (acronimo inglese di Vacuoles, E1 enzyme, X-linked, autoinflammatory, somatic) è una malattia rara descritta solo negli ultimi anni. È causata da una mutazione “somatica” – cioè acquisita nel corso della vita e non ereditaria – in un gene chiamato UBA1, localizzato sul cromosoma X.

Questa mutazione interessa le cellule del sangue e può provocare due effetti strettamente collegati:

  • una malattia ematologica (cioè del sangue, simile ad una mielodisplasia);
  • una grave sindrome infiammatoria, con febbre, dolori articolari, infiammazione della cartilagine, manifestazioni cutanee e sottocutanee, anemia e altri sintomi sistemici, difficilmente spiegabili entro le patologie reumatologiche note.

La VEXAS rappresenta in modo esemplare il legame tra infiammazione e tumori del sangue: una mutazione che nasce nelle cellule ematologiche può generare una risposta infiammatoria grave e debilitante. È la dimostrazione patogenetica di un collegamento tra infiammazione e tumori che la Ricerca ipotizzava da tempo.

Poiché il gene coinvolto si trova sul cromosoma X, la forma classica con mutazione UBA1 colpisce quasi esclusivamente uomini, in genere dopo i 50 anni. È possibile che attualmente questa patologia sia sottodiagnosticata e che molti pazienti abbiano ricevuto altre diagnosi, anche perché il test molecolare non è disponibile in tutti i laboratori. Inoltre, esistono condizioni in cui, nonostante un quadro clinico suggestivo per sindrome VEXAS, il test molecolare risulti negativo. Questo accade più frequentemente nelle donne, ponendo nuove domande per la ricerca: esistono altri geni coinvolti oltre UBA1? Esistono altri meccanismi che collegano infiammazione e alterazioni delle cellule del sangue? Come migliorare il percorso diagnostico-terapeutico dei pazienti sintomatici ma UBA1-negativi?

Una malattia difficile da riconoscere

Uno degli aspetti più complessi della VEXAS è la diagnosi. I pazienti arrivano spesso all’attenzione dei medici per:

  • sintomi infiammatori che non rientrano chiaramente in una malattia reumatologica conosciuta e che durano nel tempo;
  • alterazioni dell’emocromo (come l’anemia) che non trovano una spiegazione immediata in una patologia ematologica definita.

In Humanitas, il paziente viene accolto nell’ambito di un ambulatorio multidisciplinare, che prevede il test molecolare validato e codificato per questa patologia, eseguito in laboratorio.

Il percorso multidisciplinare in Humanitas

Per rispondere a queste sfide, è stato creato un gruppo multidisciplinare che coinvolge specialisti del Cancer Center e dell’Immuno Center, tra cui reumatologi, ematologi e genetisti.

Il team – coordinato dal dottor Gabriele Todisco, ematologo e ricercatore del team del prof. Matteo Della Porta, e dalla prof.ssa Maria De Santis, reumatologa e ricercatrice del team del prof. Carlo Selmi – si riunisce per discutere ogni caso.

Il percorso clinico prevede due possibili “porte di ingresso”, a seconda dei sintomi iniziali:

  • prevalenza di anemia o alterazioni ematologiche;
  • prevalenza di sintomi reumatologici e infiammatori.

In entrambi i casi, il paziente viene seguito in modo integrato, evitando trattamenti frammentati e talvolta poco efficaci. L’adeguatezza della terapia fin dall’inizio è fondamentale, perché questi pazienti possono avere un decorso complesso e un rischio aumentato di complicanze.

Attualmente non esistono terapie “su misura” per la VEXAS: si utilizzano farmaci delle malattie oncoematologiche o reumatologiche. Per questo è cruciale essere seguiti in un centro che dia accesso a clinical trial e a farmaci innovativi.

La Ricerca: il progetto finanziato da AIRC

In Humanitas, la Sindrome VEXAS è al centro di un importante progetto di Ricerca finanziato da Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro ETS nell’ambito del programma “My First AIRC Grant”, vinto dal dottor Gabriele Todisco.

Il progetto – intitolato “Dissecting dysfunctional immune response in patients with chronic myeloid neoplasms and unexplained inflammation” – parte da un’ipotesi innovativa: la VEXAS potrebbe rappresentare solo la punta dell’iceberg di una condizione più ampia, in cui alterazioni genetiche delle cellule del sangue e infiammazione cronica si alimentano a vicenda.

L’obiettivo è:

  • identificare nuovi geni responsabili di forme “VEXAS-like” nei pazienti senza mutazione UBA1;
  • studiare in modo approfondito il sistema immunitario con tecnologie avanzate (analisi multi-omiche a livello di singola cellula);
  • esplorare il ruolo del microbiota intestinale;
  • creare un dataset multi-omico per consentire lo screening di farmaci in silico (cioè tramite simulazioni al computer) e fornire una base clinico-scientifica per lo sviluppo di strategie terapeutiche innovative.

L’obiettivo finale è comprendere meglio i meccanismi che legano infiammazione cronica e tumori del sangue per aprire la strada a trattamenti personalizzati, capaci di modificare la storia naturale delle neoplasie mieloidi e delle sindromi correlate.

“La Sindrome VEXAS è una malattia rara, ma il suo studio ha un valore che va oltre i singoli pazienti. Rappresenta un modello biologico che dimostra come una mutazione acquisita nelle cellule del sangue possa generare una grave infiammazione sistemica, con conseguenze molto gravi per chi ne è portatore”, afferma il dottor Gabriele Todisco.

“Riconoscere precocemente i campanelli d’allarme e rivolgersi a centri specializzati può fare la differenza, sia per prevenire quadri più gravi sia anche per migliorare la qualità della vita dei pazienti  e per il progresso della Ricerca”, conclude la prof.ssa  Maria De Santis.


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