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Ricerca: scoperto il “bacio” che risveglia le difese immunitarie

“Tutta l’esistenza del linfocita è votata alla continua ricerca di un partner. Soltanto incontrando una cellula in grado di dare i segnali giusti potrà esprimere tutte le sue capacità”, spiega la prof.ssa Antonella Viola, ricercatrice di Humanitas che alla guida di un’équipe di scienziate studia da anni il rapporto tra neoplasie e sistema immunitario. “Il contatto avviene attraverso la sinapsi immunologica. Potremmo dire che tutto comincia con un bacio, simile in un certo senso a quello tra esseri umani, perché è carico di informazioni chimiche, che scatenano una serie di reazioni complesse”.
I cui segreti di questo meccanismo sono stati, in parte, svelati dal gruppo di ricercatrici italiane. L’incontro “fatale” avviene tra i linfociti e le cellule dendritiche che svolgono un fondamentale servizio di sorveglianza, pattugliando ininterrottamente le aree periferiche dei nostri tessuti, alla ricerca di elementi pericolosi. Incontrato un invasore provvedono a inglobarlo, a “smontare” alcune sue porzioni particolarmente rappresentative e a esporle sulla loro superficie. A questo punto, per lanciare l’allarme ed far scattare il sistema difensivo, le cellule dendritiche raggiungono i linfonodi dove “baciano” i linfociti e li attivano, trasmettendo le informazioni presenti sulla loro membrana. È un momento estremamente delicato, come spiega Antonella Viola: “Dal tipo di segnali che vengono scambiati dipende l’avvio della risposta immunitaria. Un errore potrebbe rendere l’organismo tollerante a un pericoloso invasore che, a quel punto, potrebbe diffondersi indisturbato. Oppure, la cellula dendritica potrebbe presentare come bersaglio elementi appartenenti all’organismo stesso, provocando reazioni autoimmuni estremamente dannose”.
Proprio per limitare al massimo questo tipo di errori si è evoluto un meccanismo di comunicazione estremamente sofisticato, che richiede l’intervento di molteplici segnali, ognuno con una funzione particolare. “I linfociti hanno un recettore, chiamato Tcr, che riconosce le molecole estranee esposte sulle cellule dendritiche e, quindi, costituisce il primo stimolo. Inoltre, abbiamo recentemente scoperto che nella sinapsi immunitaria interviene anche una molecola chiamata CD28, che contribuisce ad amplificatore il segnale e, senza la quale non potrebbe attivarsi il meccanismo”. Questa particolare molecola crea intorno al recettore dei linfociti un ambiente lipidico protetto in cui il segnale può essere trasferito integralmente, senza perdere preziose informazioni. In sostanza è come se il CD29 creasse un’isolante attorno a un filo elettrico, per impedisce alla corrente di disperdersi e permettergli di arrivare a destinazione con la giusta intensità. “In realtà queste sono soltanto alcuni dei segnali implicati nella sinapsi immunologica. Sappiamo che ne esistono moltissimi e che tutti assieme, opportunamente modulati, producono l’attivazione dei linfociti”, conclude Antonella Viola. “Stabilire quali sono gli stimoli davvero determinanti e in che misura influenzano il fenomeno è uno dei nostri prossimi obiettivi”.

I soldati addormentati
L’attivazione della risposta immunitaria contro le cellule tumorali è una delle frontiere più promettenti nella lotta al cancro. Nel nostro organismo accade continuamente che i sistemi difensivi riconoscano cellule neoplastiche appena formate come elementi estranei e dannosi e provvedano rapidamente ad eliminarle. Se non fosse così il rischio di sviluppare un cancro sarebbe estremamente più elevato per ciascuno di noi. Ma allora che cosa accade quanto un tumore riesce a svilupparsi indisturbato? Come ha fatto a eludere i dispositivi di controllo e protezione? Sono queste le domande che si è posta Antonella Viola quando, alcuni anni fa, ha cominciato ad occuparsi del complesso rapporto tra neoplasie e sistema immunitario: “Quando un tumore ha raggiunto dimensioni ragguardevoli significa che ha già trovato il modo di ingannare i nostri sistemi di difesa ed è in grado di continuare a farlo. Così abbiamo concentrato le nostre indagini proprio in questa direzione e abbiamo cominciato a studiare il tumore della prostata. E per affrontare il problema nel modo più vicino alle condizioni reali, abbiamo deciso di studiare direttamente tessuti umani provenienti da pazienti operati per questo tipo di neoplasia, piuttosto che creare un modello animale”. Una scelta difficile, che ha reso necessaria l’elaborazione di un sistema di coltura idoneo a mantenere i tessuti in condizioni simili a quelle naturali. In questo modo, però, è stato possibile studiare tumori sviluppati spontaneamente, in individui con caratteristiche diverse fra loro, piuttosto che neoplasie create artificialmente in cavie da laboratorio. E i risultati non si sono fatti attendere. “Abbiamo scoperto che effettivamente un tentativo di risposta immunitaria nei confronti del tumore c’era stato. Nei tessuti prelevati erano giunti dei linfociti attivati e pronti a combattere. Ma, per qualche motivo, giacevano come ‘addormentati’. Alla fine di una prima fase dello studio, che è stato pubblicato sul The Journal of Experimental Medicine nel 2005, abbiamo dimostrato che il tumore utilizza due enzimi in grado di bloccare l’azione dei linfociti”. Il cancro ha, quindi, sviluppato un’arma sofisticatissima, capace di “narcotizzare” le truppe speciali arrivate sul posto per contrastare la sua diffusione.
A questo punto il gruppo di ricerca si è posto un obiettivo ancora più ambizioso: trovare una contromisura per risvegliare i combattenti assopiti. “Si è trattato di individuare le sostanze adatte a bloccare gli enzimi prodotti dalle cellule neoplastiche e, contemporaneamente, non tossiche per l’organismo del paziente. Abbiamo così disegnato una molecola con queste caratteristiche, che i chimici hanno sintetizzato in una serie di combinazioni diverse. Attualmente in fase di sperimentazione e ci sono già stati riscontri positivi: siamo riuscite a risvegliare i linfociti che hanno cominciato la loro azione contro le cellule tumorali. Questo però è solo il primo passo del lungo percorso necessario a trasformare queste scoperte in un farmaco disponibile a livello terapeutico”. Un risultato che, nel giro di diversi anni, potrebbe finalmente offrire un’arma efficace per il tumore della prostata, contro il quale, per ora, si può intervenire solo a livello chirurgico. Inoltre, l’alta concentrazione delle sostanze utilizzate dal tumore per addormentare i linfociti, potrebbe diventare anche un utile riferimento per la diagnosi precoce. La professoressa Viola e il suo gruppo stanno ora cercando di capire quali altre forme di neoplasia hanno in comune lo stesso fenomeno e, quindi, la stessa strategia terapeutica.

Di Carlo Falciola

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