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Sergio Harari: quale futuro per la nostra salute?

Ricerca, prevenzione e accessibilità alle cure per tutti. Sono gli obiettivi che le politiche sanitarie e devono porsi per garantire un futuro migliore.

La risposta circa il nostro futuro sembra essere presente già nel titolo della Tavola Rotonda “Ricerca e assistenza: quale futuro per il nostro Paese?”, che si terrà quest’anno, per la prima volta, in occasione del congresso di Pneumologia. Al centro del convegno, in programma dal 7 al 9 giugno presso il Palazzo delle Stelline a Milano, non solo quindi i grandi temi che interessano la pneumologia e l’approccio nei confronti del malato respiratorio, ma anche le tematiche della ricerca e dell’assistenza. Proprio a queste ultime il mondo medico e scientifico ha deciso di dedicare la Tavola Rotonda di venerdì 8 giugno, fissata per le ore 11.30.  Il merito dell’iniziativa va al suo organizzatore, il dottor Sergio Harari, direttore dell’Unità Operativa di Pneumologia dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, insieme al quale abbiamo cercato di capire cosa caratterizzerà in particolare questo nuovo appuntamento.

Perché questo convegno?
“Da dieci anni nei nostri congressi abbiamo sempre cercato di dar spazio alla diffusione di messaggi clinici pratici e aggiornati, riguardanti le più importanti problematiche mediche che ogni giorno, in corsia o in ambulatorio, ci troviamo ad affrontare, mantenendo un occhio di riguardo verso le novità e le prospettive della ricerca. Per questo motivo, quest’anno abbiamo deciso di introdurre nel convegno anche una Tavola Rotonda, per discutere dei problemi cruciali della ricerca medica e dell’assistenza sanitaria del nostro Paese. Insieme ad alcuni ospiti internazionali discuteremo poi di cellule staminali e delle prospettive future per un loro impiego nella cura delle malattie polmonari.
Speriamo che questo convegno possa concorrere alla formazione di specialisti sempre più aggiornati e competenti, pronti a rispondere ai veloci cambiamenti cui sta andando incontro la medicina in questi anni, sia sotto il profilo clinico, sia della ricerca, sia per quanto riguarda il campo organizzativo. Se l’iniziativa avrà successo, l’intenzione è quella di ripeterla con cadenza biennale, alternandola al Congresso internazionale sulle malattie rare polmonari e farmaci orfani, giunto alla sua V edizione, che avrà luogo sempre presso il Palazzo delle Stelline l’8 e il 9 febbraio 2013″.

Qual è il tipo di sanità con cui i cittadini si confronteranno nel futuro?
“Attualmente ci troviamo in una situazione in cui il Paese è sempre più diviso, in cui le disuguaglianze sanitarie e sociali fra nord e sud, ma non solo, sono ancora più evidenti. Preoccupanti stanno diventando anche le problematiche relative alla possibilità di accesso alle cure a alla prevenzione.  L’aumento del costo dei ticket e la forte crisi economica che l’Italia sta attraversando gravano sui cittadini. I pazienti, se possono, cercano di evitare gli esami o rimandare le visite. Contemporaneamente si assiste però ad un aumento degli accessi dei codici verdi al Pronto Soccorso per i disturbi minori.  Tutto questo deve farci riflettere. Investire in prevenzione è fondamentale così come garantire a tutti l’accesso alle cure. Per i programmi di prevenzione occorre ripensare le politiche sanitarie puntando su programmi di prevenzione mirati e su precisi obiettivi di risultato da monitorare. Cruciale sarà poi la definizione del nuovo Patto sulla Salute, in esame proprio in questi giorni. La revisione a livello nazionale dei LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza, ovvero le prestazioni sanitarie che devono essere assolutamente garantite dal Servizio Sanitario Nazionale ai cittadini, sembra essere improrogabile, sebbene le difficoltà siano tante per il nostro sistema di welfare, da tempo in crisi”.

Come cambierà il ruolo del medico nel futuro?
“La professione medica richiede certamente sempre maggior specializzazione e competenza sotto il profilo tecnologico. Ci sono poi alcuni aspetti che andrebbero valorizzati, poiché si stanno perdendo e sono invece fondamentali per la diagnosi e la cura del paziente. Mi riferisco alla capacità di intuizione clinica, all’abilità chirurgica, alla tecnica, nonché alla valorizzazione delle competenze e della capacità del medico di relazionarsi in modo interdisciplinare alla materia.  Per fare un esempio, il radiologo un tempo era pienamente calato nell’attività ospedaliera, partecipava alle discussioni sulla diagnosi e la definizione della terapia più adatta al singolo paziente. Oggi in molti casi non è più così, e il radiologo spesso è estraneo a queste dinamiche e si attiene solo a refertare le lastre magari a kilometri di distanza da centro ospedaliero e dal malato. Ciò comporta quella perdita di interdisciplinarietà e ricchezza professionale – di cui parlavo poco fa – con una inevitabile ricaduta non solo sulla definizione delle diagnosi e delle cure, ma anche sulla formazione stessa dei giovani medici. Immagino, infine, che ci saranno maggiori deleghe per le competenze non strettamente mediche, soprattutto in quegli ospedali organizzati per livelli di assistenza”.

Qual è il ruolo dell’informazione e della comunicazione all’interno di questo quadro?
“Il rapporto con il mondo della comunicazione deve crescere. Credo occorra una maggiore interazione fra le due parti. La realtà della comunicazione è cambiata e sta cambiando; fanno parte dei media ormai non solo i giornali o la televisione, ma anche il web e i social network. Per la medicina può sembrare fuorviante pensare ad un approccio di questo tipo, ma per i malati non è così. La possibilità per loro di incontrarsi sui social network, condividere le loro esperienze, può essere confortante e d’aiuto. La comunicazione non deve essere vista solo nell’ottica della malasanità, ma anche come strumento sociale, lo dimostrano proprio i social network. L’argomento merita, senza dubbio, l’apertura di un dibattito anche all’interno del mondo medico”.

 

A cura di Irene Zucchetti e Alessio Pecollo

 

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