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Come curare i linfomi e la ricerca in oncoematologia

Per la cura delle patologie onco-ematologiche, in Humanitas si utilizzano protocolli terapeutici sia standard sia innovativi. “Per esempio nel caso dei linfomi, la patologia che seguiamo con maggior frequenza, il giusto approccio terapeutico può far ottenere la guarigione nel 60-70 per cento dei casi” spiega Monica Balzarotti, oncoematologo che segue prevalentemente il trattamento chemioterapico.

“Nel caso dei linfomi non Hodgkin di tipo aggressivo intensifichiamo la chemioterapia, cui associamo un anticorpo monoclonale (rituximab) che aiuta a migliorare la prognosi del paziente. Per i linfomi non Hodgkin indolenti, invece, siamo fra i pochi centri in Italia a seguire un protocollo internazionale molto promettente, basato sull’utilizzo dei radioimmunoconiugati: consiste nella somministrazione di un anticorpo (zevalin) composto da una parte che ha il compito di riconoscere le cellule ammalate (rituximab), e da una parte radiomarcata (Ittrio90, un radionuclide) che si lega alle cellule malate e, con un meccanismo radiante, le uccide insieme alle cellule circostanti in un raggio di 10 millimetri. Da qui l’efficacia della terapia anche sulla ‘malattia residua minima’, probabilmente responsabile delle recidive di malattia”.

“Per il linfoma di Hodgkin seguiamo due protocolli principali” prosegue Monica Balzarotti. “Quello per i malati alla prima diagnosi ha lo scopo di ridurre la tossicità delle terapie utilizzate. Prevede schemi chemioterapici innovativi, nei quali i farmaci vengono sostituiti con un analogo di nuova generazione, che abbia uguale o maggiore efficacia ma minori effetti negativi a distanza.
Il secondo protocollo, molto promettente per i pazienti con una recidiva della malattia, abbina la chemioterapia all’autotrapianto di midollo. Prevede l’utilizzo di due nuovi farmaci attivi (gemcitabina e vinorelbina) associati ad un terzo (ifosfamide), con il duplice scopo di ridurre la massa della malattia e favorire la mobilizzazione delle cellule staminali (ossia il loro passaggio dal midollo osseo al sangue periferico), che possono così essere raccolte (leucaferesi) e congelate in vista della re-infusione nel paziente”.

Il Laboratorio di ematologia

Il Laboratorio di Ematologia svolge attività sia clinica sia di ricerca.
“Nell’attività clinico-assistenziale – spiega Inna Timofeeva, biologa – rientra innanzitutto l’intero processo di manipolazione delle cellule staminali utilizzate per il trapianto (raccolta, valutazione, congelamento, criopreservazione e scongelamento), compresa la determinazione del momento migliore per la loro raccolta.
Inoltre, sul versante clinico forniamo supporto diagnostico specialistico al Reparto di ematologia, per determinare con precisione il tipo di leucemia o linfoma dal quale il paziente è affetto. Per questo utilizziamo tecniche particolari di biologia molecolare perché alcuni tipi di leucemie, linfomi e tumori sono infatti associati ad alterazioni cromosomiche del DNA”.

Il Laboratorio è anche specializzato nell’indagine della cosiddetta malattia minima residua: “Le metodiche molecolari presentano una sensibilità molto elevata, permettendo di individuare anche rarissime cellule malate. Questo può suggerire la persistenza della malattia anche in soggetti che appaiono clinicamente guariti, dando quindi importanti indicazioni sul rischio di ricaduta del paziente.
Inoltre, le tecniche molecolari vengono utilizzate nel campo della ricerca. Infatti per alcune patologie, per esempio i sarcomi, lavoriamo per identificare nuove metodiche che permettano di seguire l’andamento della malattia dando utili suggerimenti terapeutici e diagnostici”.

I numeri di Humanitas
  • 2.3 milioni visite
  • +56.000 pazienti PS
  • +3.000 dipendenti
  • 45.000 pazienti ricoverati
  • 800 medici