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Mustafà, un salto nella luce

“Era spaventatissimo, i primi giorni è anche caduto dal letto dell’ospedale”. Era una domenica di primavera inoltrata quando Elisa e sua madre, volontarie della Fondazione Humanitas, hanno accolto Mustafà. Un bambino iracheno di due anni e mezzo. Tre mesi prima gli è scoppiata in faccia una granata e una raffica di schegge gli è finita in un occhio. Il sinistro. Chiudendoglielo. Stava giocando con il fratello più grande e la sorella. Dovevano scoprire assolutamente, si erano detti, che cosa fosse quello strano oggetto e che cosa nascondesse. Erano frammenti di vetro, shrapnel e detriti pronti a volare in tutte le direzioni. Era l’assurdità di tutte le guerre. E il fratello più grande è morto, mentre lui, Mustafà, con quell’occhio strappato alla vista.

A Bagdad gli hanno subito medicato l’occhio ferito. Gliel’hanno chiuso con tamponi e garze, dandolo per perso per sempre. Rimaneva ancora un occhio sano. Da lì dovevano passare tutte le lacrime per il fratello morto.
Poi la Croce Rossa Italiana si è accorta di Mustafà. Dall’ospedale attendato di Bagdad al letto di una stanza nel reparto A1 di Humanitas sono trascorsi tre mesi, ma Mustafà piange ancora. Non per l’occhio. Non per il fratello, non per l’intervento che gli faranno, ma perché è caduto dal letto.
E’ arrivata in Italia terrorizzato insieme al cugino Ali, anestesista di 34 anni. Un giro tortuoso: la Croce Rossa Italiana accampata a Bagdad una sera telefona a Paolo Vinciguerra, responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica di Humanitas, e gli racconta la storia del piccolo Mustafà. Quindi a bruciapelo la domanda: “Dottore, può aiutare il bambino?”.

“Una telefonata carica di pathos –ricorda Paolo Vinciguerra-. L’aeroplano trasporta 114 pazienti, mi hanno spiegato al telefono, che vengono distribuiti in parte in Italia e in parte in Europa. Dovevo essere in grado di dire immediatamente se potevo operare Mustafà con successo oppure no. Perché ci sono molti più casi di quelli che si possono trasportare e occorre selezionare solo quelli che sicuramente avranno un beneficio e lasciare a casa gli altri. Un salto nel buio per me che avevo solo il racconto di quelle che dovevano essere le lesioni di Mustafà. Un grosso carico emotivo: sapevo che se non avessi trattato con successo Mustafà, avrei tolto la possibilità ad un altro di trarre beneficio da una terapia”.

“Tutto quello che sapevo era che un ordigno inesploso è deflagrato e le schegge gli hanno devastato l’occhio. A Bagdad hanno potuto effettuare solo la chiusura delle ferite prodotte dalle schegge perché mancavano le strutture adeguate e le conoscenze. Non si tratta infatti di rimuovere solo i frammenti. Occorre separare le parti dell’occhio che cicatrizzando diventano un agglomerato unico. Diventa tutto un malloppo inestricabile”.

Il bambino ha avuto una terapia d’urgenza ed è stato abbandonato a se stesso. Quando gli americani si sono insediati a Bagdad, sono stati istallati un po’ dappertutto degli ospedali attendati, soprattutto della Croce Rossa Internazionale. Ed è stata la Croce Rossa a identificare Mustafà e a telefonare a casa di Paolo Vinciguerra. Quindi è stata informata Humanitas ed è iniziata la procedura all’interno dell’ospedale per garantire l’assistenza del bambino.

“Il bambino si è presentato in una situazione drammatica –ricorda ancora il dott. Vinciguerra-. Il cristallino era praticamente scomparso. Trasformato in una ammasso rosa. L’iride in parte distrutto, la sclera tutta deformata e l’occhio con una pressione bassissima e un rischio potenziale di atrofizzarsi, insomma di diventare piccolo fino a scomparire. L’ecografia non ci ha permesso di identificare con certezza la struttura retinica perché le membrane riparative erano così spesse che era difficile fare una diagnosi differenziale. Siamo partiti con un intervento nel buio completo. Sono interventi che dovrebbero essere eseguiti entro una settimana dalla lesione, non quando la fase di cicatrizzazione è così avanzata. Non dopo tre mesi”.

L’intervento è durato 8 ore. “Un cimento spaventoso, ma alla fine siamo riusciti a salvare una buona parte della retina –spiega Paolo Vinciguerra-. Il bambino incominciava a riorientare la testa. Perché quando un occhio è completamente cieco, istintivamente la testa viene ruotata in modo che l’occhio sano sia centrato sul campo visivo. Ora il bambino ha incominciato a riorientare la testa”.

Pochi giorni fa è arrivata una lettera dall’Irak. Il bambino sta bene, l’occhio è perfettamente in quiete, non ci sono state risposte temute: l’infiammazione dell’occhio sano a causa della gravità dell’evento traumatico e l’atrofizzazione dell’occhio traumatizzato. Il bambino si sta riprendendo. E’ presto per dire se tornerà a vedere anche perché la porzione di retina che è rimasta è solo una porzione. Inoltre è rimasta staccata per tre mesi dopo l’esplosione. Quindi è difficile valutare quanto potrà recuperare. “Però già il fatto di non aver perso l’occhio, di avere una sensazione di luce, di un campo visivo completo, consente una vita completamente diversa”, dice il dott. Vinciguerra.

A due anni e mezzo Mustafà ha imparato un po’ l’italiano. Ma Mustafà ha anche imparato che si può perdere un fratello e un occhio giocando. Infondo, però, ricorda Elisa, “quando gli ho portato in ospedale una palla, ha smesso di piangere e si è messo di nuovo a giocare e a mandare baci a tutti”. Ha anche imparato a non cadere più dal letto. Ma ora è di nuovo a casa. Quando riapriranno le scuole a Bagdad?

A cura di Marco Menga

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