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Le terapie cellulari, nuove armi contro i tumori

La ricerca in campo immunologico sta attraversando una fase cruciale del passaggio alla clinica per la cura di alcune patologie.

santoro_hus2Nuove armi per la lotta ai tumori arrivano dalla conoscenza sempre più approfondita delle cellule del sistema immunitario. L’ultima frontiera delle conoscenze immunologiche sono le terapie cellulari, che stanno vivendo un’importante fase di passaggio dalla ricerca alla clinica per la cura dei linfomi e il controllo delle infezioni che si associano ai trapianti di midollo. Oggi non solo siamo capaci di prelevare le cellule del sistema immunitario e farle crescere nelle cosiddette ‘fabbriche di cellule’, ma anche di ‘mandarle a scuola’, ossia istruirle per poi reinfonderle nei pazienti con un fine preciso.

La terapia con linfociti citotossici
In Humanitas vengono utilizzate forme di terapia mirata che utilizzano i linfociti ‘citotossici’. Queste cellule del sistema immunitario vengono prelevate dal sangue del paziente o da quello di un donatore, trattate in laboratorio, ‘educati’ ad agire contro i tumori e reinfusi nel paziente. “Si tratta di programmi di terapia sperimentale – spiega il dottor Armando Santoro, direttore del Dipartimento di Oncologia-Ematologia di Humanitas – che nascono dalle esperienze precedenti del dottor Adalberto Ibatici, il cui arrivo in Humanitas ha dato una nuova spinta allo studio e alla sperimentazione delle terapie cellulari per combattere i linfomi e alcuni tumori solidi, tra cui quello del rinofaringe e i sarcomi”. La conduzione di questi studi avviene in stretta collaborazione con il gruppo del professor Franco Locatelli, direttore della Clinica Pediatrica del Policlinico S. Matteo di Pavia.

Il trapianto di midollo osseo
Terapie cellulari è una definizione di ampio respiro all’interno della quale rientrano molteplici applicazioni. Tra cui anche il trapianto di midollo osseo, autologo ed allogenico. “Ormai da anni – prosegue il dottor Santoro – in Humanitas ricorriamo alla chemioterapia ad alte dosi con trapianto di cellule staminali periferiche, il cosiddetto autotrapianto di midollo (trapianto autologo). Proponiamo ai pazienti anche il trapianto allogenico, cioè da donatore: da familiare, da registro del midollo e da donatore parzialmente compatibile. Queste procedure vengono utilizzate in tutte le malattie ematologiche e ad oggi presso la nostra Unità Operativa sono stati effettuati più di 1.000 trapianti. In particolare, il trapianto autologo viene utilizzato per la cura dei linfomi e quello allogenico prevalentemente per le leucemie acute. Nel trattamento del mieloma acuto vengono utilizzati entrambi. Negli ultimi anni abbiamo sviluppato una procedura particolare di trapianto di midollo da donatore, che si chiama ‘non mieloablativo’ (o mini-trapianto allogenico): oggi questo trattamento è largamente utilizzato, perché ha consentito di superare i limiti d’età precedentemente fissati. Al trapianto classico allogenico non possono essere sottoposti pazienti che abbiano superato i 50 anni, mentre al mini-trapianto si può ricorrere fino ai 65 anni. Per completare lo scenario di modalità di trapianto possibili, a breve ricorreremo al trapianto da cordone ombelicale e all’utilizzo di cellule staminali anche al di là delle patologie ematologiche, per terapie di tipo rigenerativo”.

Il trapianto di cellule staminali emopoietiche autologo
In questo tipo di terapia cellulare vengono reinfuse nel paziente le proprie (autologhe) cellule staminali del compartimento del midollo osseo. “Questo – spiegano il dottor Pedrazzoli e il dottor Ibatici, specialisti dell’Unità Operativa di Onologia ed Ematologia di Humanitas – avviene in seguito a una chemioterapia ad alte dosi, per evitare che, come conseguenza della terapia, si abbia una mancanza di globuli bianchi, globuli rossi e piastrine troppo prolungata, esponendo il paziente a un rischio eccessivo di assenza di difese immunitarie.
Si può ricorrere alla chemioterapia ad alte dosi, seguita dalla reinfusione di cellule staminali, sia nelle malattie ematologiche (ad esempio linfomi e leucemie acute), sia in quelle oncologiche (soprattutto il carcinoma della mammella, i tumori di ovaio e testicoli, e i sarcomi) per potenziare il ruolo della chemioterapia standard e aumentare le possibilità di guarigione.
E’ infatti noto che l’esposizione a dosi più elevate di farmaci chemioterapici può neutralizzare più facilmente le cellule tumorali, superando in certi casi la loro resistenza a dosi di chemioterapia standard. Risultati migliori, dunque, anche grazie a una ridotta tossicità nei confronti di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine del paziente. Negli ultimi anni le cellule staminali autologhe dono state utilizzate per favorire la rigenerazione di organi come il fegato e il cuore, danneggiati da malattie degenerative anche tumorali”.

Il trapianto allogenico
A differenza del trapianto autologo, il trapianto allogenico prevede la reinfusione di cellule staminali emopoietiche raccolte da un donatore. Si tratta di una terapia già ampiamente utilizzata nelle malattie ematologiche, ma ancora in fase di sviluppo nel trattamento dei tumori solidi.
“In questo caso – prosegue il dottor Ibatici – la chemioterapia di preparazione che precede il trapianto allogenico può essere non solo ad alte dosi, ma anche a dosi più ridotte. Con l’avvento delle dosi ridotte di chemioterapia è stato possibile aumentare il limite di età del trapianto allogenico fino a 70 anni. Il donatore di cellule staminali emopoietiche può essere un familiare compatibile, un donatore da registro compatibile o una fonte cosiddetta ‘alternativa’, cioè un donatore familiare non compatibile o anche il cordone ombelicale.
Qui in Humanitas inizieremo a utilizzare il cordone ombelicale per il trapianto allogenico, che nel corso degli ultimi anni ha raggiunto risultati equivalenti a quelli da donatore da registro compatibile, offrendo così l’intera gamma di trapianto allogenico disponibile ai potenziali candidati. Inoltre verrà promosso il trapianto allogenico nella cura dei tumori solidi, un trattamento ancora sperimentale per questo tipo di tumori.
Va sottolineato il fatto che il trapianto allogenico è una vera e propria terapia e non solo un complemento della chemioterapia ad alte dosi, come nel caso del trapianto autologo. Il trapianto allogenico è una forma di immunoterapia, perché sostituisce il sistema immunitario carente del paziente con un sistema immunitario nuovo, più attivo nei confronti dei tumori”.

Di Elena Villa

Nella foto, il dott. Armando Santoro

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