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La terapia del mal di schiena

Continua il viaggio di Humanitas Salute nel complesso mondo del mal di schiena. In questa puntata, il dott. Paolo Gaetani e il prof. Riccardo Rodriguez y Baena, autori insieme al dott. Lorenzo Panella de ”Il grande libro del mal di schiena”, riassumono i punti principali dell’approccio terapeutico farmacologico e chirurgico.
Il mal di schiena può appartenere sostanzialmente a due grandi categorie: nella prima il dolore ha origine da varie cause ma non interessa le radici nervose, ed è perciò generalmente confinato alla colonna; nella seconda, invece, esso colpisce anche le radici dei nervi (molto spesso il nervo sciatico) e può dunque estendersi fino agli arti, dare sintomi specifici quali il bruciore e il formicolio e richiedere interventi più drastici. “Il primo approccio, tranne che in casi molto particolari, è sempre non invasivo” spiega il dott. Paolo Gaetani, specialista in neurochirurgia e neurofisiologia, specificando che gli strumenti principali sono due: il ricorso ai farmaci e la riabilitazione. Solo quando entrambi hanno fallito, o gli esami diagnostici strumentali hanno rivelato la presenza di un’ernia, un danno alle vertebre o ai dischi e una causa specifica e risolvibile si pensa a un intervento chirurgico, che andrà poi sempre seguito da una fase di riabilitazione. “Per quanto riguarda i farmaci, ve ne sono diversi utili per risolvere la fase acuta e diminuire il dolore scatenato dall’infiammazione. Vanno molto bene gli antinfiammatori non steroidei (quelli della famiglia dell’aspirina, per intenderci), che devono però essere assunti per periodi non troppo lunghi, onde evitare danni allo stomaco e interferenze con la coagulazione del sangue. Nei casi più gravi sono poi indicati i derivati del cortisone, ormone molto potente in grado di ridurre l’infiammazione delle radici nervose e, di conseguenza, il dolore. Anche per i cortisonici (sostanze dotate di moltissime azioni e diversi effetti collaterali, e capaci di interferire con altre eventuali terapie in atto), tuttavia, si deve sempre ricordare che la somministrazione non deve essere troppo lunga e deve sempre essere effettuata sotto stretto controllo medico. A questi vanno poi aggiunti i farmaci ad azione centrale, che agiscono cioè sui meccanismi che controllano il dolore a livello di sistema nervoso e che dovrebbero essere consigliati solo quando il dolore ha anche una componente neuropatica, cioè quando sono interessati i nervi. Inoltre vi sono i famosi – e famigerati – anti COX2 (da ciclossigenasi 2), o superaspirine, le sostanze più recenti che, grazie alla loro selettività, hanno una potente azione antinfiammatoria e antidolorifica. Questi farmaci sono stati di recente oggetto di grandi polemiche a causa di una tossicità cardiaca che sarebbe all’origine, in utilizzatori cronici, di alcune migliaia di decessi. Per questo il loro uso andrebbe comunque consigliato sempre per periodi di tempo non prolungati solo a persone la cui condizione fisica è ben nota, che rispondono a determinate caratteristiche che ne assicurano la scarsa vulnerabilità agli effetti collaterali e che vengono poi seguite durante la terapia per monitorare ogni possibile complicazione. Infine, vengono talvolta consigliati i complessi vitaminici B per lenire il dolore dato dalla compressione delle radici nervose, anche se la loro efficacia è controversa, e i miorilassanti, cioè sostanze che aiutano a ridurre la tensione muscolare”.
In genere queste terapie si provano per qualche giorno, al massimo qualche settimana, per vedere se il problema all’origine del dolore è un’infiammazione transitoria e risolvibile. Se così non è, se neppure la fisioterapia ha aiutato il paziente a stare meglio e se gli esami mostrano l’esistenza di una situazione critica, può essere il caso di far intervenire il bisturi. “La cosa più importante” sottolinea il prof. Riccardo Rodriguez y Baena, senior consultant di Neurochirurgia di Humanitas, “è capire quando è il momento giusto per l’intervento, che non deve essere né troppo precoce, per lasciare all’organismo il tempo di recuperare spontaneamente, quando possibile, né tardivo, per evitare di trovarsi di fronte a una situazione già gravemente compromessa. La causa più comune di richiesta di intervento è senza dubbio l’ernia del disco, che oggi si può curare con una serie di interventi diversi, nessuno dei quali è migliore in assoluto, e ognuno dei quali può essere più indicato per un paziente e meno consigliabile in un altro. Da alcuni anni sono state messe a punto alcune tecniche mininvasive, che non richiedono cioè il taglio della cute ma che possono essere effettuate grazie a speciali sonde a fibre ottiche e ad appositi strumenti ottici che guidano la mano del chirurgo. Non sempre si può operare così. Quando è necessario un intervento a tecnica classica, la modalità scelta dipende dal tipo di problema da risolvere. Se infatti il dolore è originato da una “spinta” del disco (detta protrusione) si può procedere alla sua riduzione per esempio, con l’ozono o con il calore (nucleoplastica).
In altri casi può essere più indicato l’intervento di discectomia, cioè un’operazione classica nella quale l’ernia viene rimossa chirurgicamente. Se invece la causa del dolore è un danno alla struttura della colonna (dato per esempio da una grave forma di artrosi o osteoporosi), si ricorre all’inserimento di una protesi che sostenga e stabilizzi, oppure di un particolare cemento che rafforzi tutta la struttura ossea”.
Accanto a queste opzioni, in futuro ce ne saranno probabilmente molte altre, tra le quali la terapia genica, cioè l’introduzione nel disco, tramite appositi veicoli quali virus ingegnerizzati, di cellule geneticamente modificate in modo da produrre cellule nuove e sostanze utili alla rigenerazione, che vadano a integrare e sostituire i tessuti danneggiati; per ora ci sono dati incoraggianti sugli animali. Un’altra modalità osservata con molto interesse è quella del trapianto di cellule per la rigenerazione del disco. Le cellule potranno essere prelevate al momento dell’intervento per ernia discale e poi messe in coltura in modo che siano “rigenerate”, quindi reintrodotte nello spazio discale. Si sta studiando anche la possibilità di trapiantare queste cellule in una struttura che contenga fattori di crescita e sostanze nutritive, al fine di rendere l’impianto più stabile e definitivo. Infine, grandi passi in avanti sta facendo registrare la sperimentazioni di nuove protesi costruite con biomateriali molto innovativi quali quella di tutto il disco o quella di alcune sue parti.

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