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Così insegno l’AIDS ai bambini

Una video-intervista esclusiva a Frances Balkwill, una delle massime autorità a livello mondiale sui legami tra infiammazione e cancro. Autrice di numerosi libri illustrati per bambini, dedicati in particolare alla divulgazione scientifica e alla prevenzione (AIDS in Africa), la scienziata ci spiega le sue attività, tra laboratori e impegno sociale.

Leggi anche l’intervista in italiano rilasciata al nostro giornale due anni fa:
Il legame tra infiammazioni e tumori è ormai un fatto assodato. Da un lato i processi infiammatori, in determinate aree dell’organismo, contribuiscono alla formazione del cancro, dall’altro le cellule del sistema immunitario possono essere ‘corrotte’ e favorire la creazione di un ambiente idoneo alla crescita e alla propagazione delle cellule neoplastiche. Gli studi condotti sui meccanismi dell’infiammazione stanno offrendo, quindi, nuove prospettive terapeutiche. Una delle massime autorità mondiali in materia è Frances Balkwill, docente e ricercatrice presso la Barts and The London School of Medicine, dell’Istituto dei Tumori di Londra. Inoltre, sulla base di queste ricerche, si occupa di individuare nuove strategie terapeutiche da affiancare alle cure tradizionali, nella lotta contro il cancro.

L’abbiamo raggiunta a Londra per conoscere le ultime novità sulle sue ricerche, ma anche sulla sua intensa attività di divulgatrice scientifica, sia come autrice di libri per bambini, sia come direttore di un avveniristico centro educativo multimediale. “Siamo entrati nella fase di sperimentazione clinica del nostro lavoro – racconta Fran Balkwill – ed è straordinario poter finalmente proporre ai pazienti soluzioni terapeutiche che in laboratorio ci hanno dato risultati importanti”. Il gruppo di ricerca di Fran Balkwill sta perfezionando un farmaco costituito da anticorpi monoclonali in grado di bloccare una particolare citochina, TnF-alfa, la cui presenza in quantità elevate contribuisce a promuovere la crescita del tumore. La sperimentazione in corso riguarda pazienti affetti dal cancro dell’ovaio e del rene e “i primi risultati sono veramente interessanti – aggiunge Balkwill -. La nostra sfida è proprio questa. Trasformare nel modo più rapido e sicuro possibile le nostre scoperte in cure innovative”.

Quella della ricerca e del suo trasferimento alla clinica è solo una delle grandi passioni scientifiche della sua vita. L’altra è la divulgazione. Quando è nato questo amore e perché è così importante per un ricercatore riuscire a raccontare le proprie esperienze al pubblico? “Quando ho cominciato a scrivere i primi libri per bambini, nel 1989, credo che il motivo di fondo fosse quello di spiegare a Jessica e Barnaby, i miei figli, quello che facevo durante la giornata. Da quel momento ho cercato di raccontare la biologia cellulare, l’immunologia e le infezioni in un linguaggio e in una modalità che potesse affascinare i bambini. E li ho incontrati in Inghilterra, Australia, Sud Africa e in altri Paesi del mondo. Ho parlato con loro nelle librerie, nei musei e nelle scuole delle nazioni sviluppate, ma anche nelle periferie degradate e nei villaggi del terzo mondo. E ho capito che, qualunque sia il loro grado di istruzione e cultura, tutti sono affascinati dai fenomeni visibili e invisibili che accadono nel loro corpo. Ma fanno fatica a mettere in connessione ciò che studiano a scuola, l’idea della cellula, con la loro vita, le malattie o i mezzi per difendersi da esse. Molti non sanno neppure che stanno crescendo perché le loro cellule continuano a riprodursi e ad aumentare di numero.

Eppure, proprio il fatto che tutti noi ci sviluppiamo a partire soltanto da due cellule è una grande storia da raccontare. Anche le malattie, i meccanismi con cui si scatenano e con cui lottiamo contro di esse li affascinano moltissimo. Per un bambino stare a letto malato e poter vedere disegnato e spiegato su un libro il germe ‘nemico’ che il suo sistema immunitario sta combattendo può essere di grande conforto. Raccontare questi meccanismi con la metafora della lotta tra il buono e il cattivo può essere molto efficace, rimanda immediatamente al mondo dei videogame ai quali i bambini sono abituati, in particolare negli Stati più ricchi. La situazione è diversa nei Paesi in via di sviluppo. Lì le infezioni mortali sono una minaccia diffusa e quotidiana, e in certe culture ammalarsi viene visto come una forma di debolezza. Occorre, quindi, prestare molta attenzione al modo in cui trasmettono le informazioni”.

Proprio questa è stata un’altra delle sfide che ha recentemente affrontato, realizzando e pubblicando assieme al disegnatore Mic Rolph il libro ‘You, Me and Hiv’, destinato ai bambini dell’Africa sub sahariana. Qual è l’obiettivo di questa iniziativa?
“L’idea è venuta a Siamon Gordon, professore dell’Università di Oxford, impegnato da sempre nella divulgazione di tematiche legate alla salute nel suo Paese natale, il Sud Africa. Aveva visto le mie precedenti pubblicazioni per bambini e ha pensato che quello poteva essere l’approccio giusto per parlare di Hiv e Aids. Soltanto in Sud Africa ci sono oltre 5 milioni di sieropositivi, e sono in rapido aumento. L’infezione si diffonde essenzialmente tramite i rapporti sessuali, e questo rende particolarmente vulnerabili i ragazzi che hanno le prime relazioni e i primi incontri. Sensibilizzarli sui rischi dell’infezione e su come si può prevenire, prima che inizi la loro vita sessuale attiva, può essere un ottimo sistema per rallentare la propagazione del virus. Nel 2002 abbiamo realizzato una prima versione del libro intitolata ‘Staying alive – Fighting HIV/AIDS’, che è stata distribuita gratuitamente in diverse decine di migliaia di copie. Poi nel 2003, grazie ai fondi ottenuti dalla Fondazione Bill e Melinda Gates, abbiamo rivisto i contenuti e abbiamo dato vita alla seconda edizione, che ha anche una serie di materiali dedicati agli educatori”.

In che cosa sono diverse le due edizioni?
“Confrontandoci con gli attivisti delle organizzazioni impegnate nella lotta all’Aids abbiamo capito di aver commesso degli errori nella prima versione. Ad esempio è scorretto il tema del ‘combattimento’ (Fighting) espresso dal titolo. In Africa, le principali ragioni per cui si sta perdendo la lotta all’Aids sono la carenza di farmaci retrovirali e le difficili condizioni economiche, alimentari e igienico-sanitarie, che contribuiscono a indebolire il sistema immunitario. Situazioni sulle quali un libro non può avere impatto. Inoltre il fatto di rappresentare l’HIV come un mostro, simile in qualche modo alle maschere dei demoni africani, non è stata la scelta giusta. È un’immagine troppo terrorizzante per chi deve convivere con questo mostro tutti i giorni, perché è sieropositivo o lo sono i suoi genitori. Così la seconda edizione, in distribuzione dal 2005, è stata intitolata ‘You, Me and HIV: With Knowledge We Have Hope’ (Tu, io e l’HIV: con la conoscenza c’è speranza). Abbiamo attenuato i toni e soprattutto abbiamo cercato di raccontare i meccanismi della malattia in modo che il paziente non si senta diverso o colpevole per essersi ammalato”.

State pensando a un volume su questo tema anche per i bambini dei Paesi sviluppati?
“Mi piacerebbe molto e spero di realizzarlo appena troviamo le risorse economiche necessarie. Ho lavorato molto con i bambini della periferia di Londra e le loro domande e paure non sono diverse da quelle di un bimbo africano. Il livello di disinformazione, poi, è altissimo anche nel mio Paese. Un’indagine che abbiamo condotto sui ragazzi londinesi tra gli 11 e i 16 anni ha rivelato dati allarmanti. Ad esempio l’80% del campione tra gli 11 e i 12 anni non ha mai sentito parlare di HIV. Tra i ragazzi più grandi, solo il 50% sa che la trasmissione può avvenire anche per via sessuale. La divulgazione medico-scientifica tra i giovani non è importante soltanto per ragioni culturali o per fare in modo che qualcuno di loro si dedichi alla ricerca o alla medicina, ma anche per offrire loro tutte le informazioni utili per prendere decisioni consapevoli per quanto riguarda la salute e lo stile di vita. Queste sono anche le ragioni per cui è nato il progetto Center of The Cell”. Si tratta del primo centro di divulgazione scientifica multimediale ad essere realizzato nel contesto di un laboratorio di ricerche biomediche, il nuovo Institute of Cell and Molecular Science, che è sempre parte della Barts and the London School of Medicine, ed è situato in Whitechapel, nell’east London. Un progetto da quasi 4 milioni di sterline di cui Frances Balkwill sarà il direttore.

A che punto è la costruzione del Centro e che obiettivi vi proponete?
“Siamo nelle fasi finali della costruzione, dovremmo riuscire ad aprire in autunno. Lo scopo del Centro è aumentare la curiosità e la conoscenza per quanto riguarda le materie scientifiche, mettendole in stretta connessione con la vita di tutti i giorni. Sarà un punto di incontro per i bambini, i ragazzi, le loro famiglie, gli insegnanti, gli studenti e gli scienziati. Le persone che partecipano alle attività avranno modo di conoscere i meccanismi con cui funziona il nostro organismo, con cui agiscono e si combattono le malattie, ma anche di comprendere come la ricerca medica e scientifica può dare un grande contributo allo sviluppo di nuove terapie. Soltanto nei primi 4 anni di parziale attività abbiamo organizzato workshop che hanno coinvolto 7.500 bambini, ragazzi e insegnanti, e almeno 70 scienziati. I nostri programmi sono rivolti soprattutto ai ragazzi che arrivano dalle aree economicamente più depresse della città. Per questo attiveremo anche dei meccanismi per identificare i giovani più dotati e per sostenerli con un sistema di tutoring e di borse di studio che possano offrire un’opportunità concreta di intraprendere una carriera scientifica”.

La scienza dunque come opportunità di futuro per i giovani e di riscatto culturale e sociale per i meno fortunati…
“Certamente. Ed è una convinzione che trova precisi riscontri anche nel mondo dell’economia. La Confederazione delle Industrie Britanniche ha stimato che per sostenere la crescita economica e il progresso tecnologico del Paese avremo bisogno entro il 2014 di almeno 2,5 milioni di laureati in materie scientifiche, tecnologiche e matematiche. Attraverso le attività e le occasioni di incontro che si creeranno nel Center of The Cell, vogliamo offrire ai giovani un’occasione per estendere il loro sapere, aumentare la coscienza di quanto accade nel loro corpo per metterli in condizione di fare scelte consapevoli. Ma vogliamo anche fargli intravedere l’opportunità che le materie scientifiche possono offrire: crearsi un avvenire migliore e dare un contributo allo sviluppo della nostra società. Oltre i propri confini”.

di Carlo Falciola

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