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Daniela Minerva: non una, ma più medicine complementari e integrate

Guida le pagine scientifiche di uno dei più importanti settimanali italiani. Daniela Minerva, giornalista caposervizio Scienza e Medicina dell’Espresso e vicedirettore del Master di Comunicazione scientifica della Sissa di Trieste, è una profonda conoscitrice di tutti i temi del mondo salute e in particolare delle dinamiche che riguardano l’informazione, dalla quella cartacea a quella digitale. Humanitas Salute l’ha incontrata nella sede romana del giornale.

Si è fatta un’idea precisa delle preferenze dei lettori interessati ai temi di salute?
“Sicuramente si tratta di un pubblico informato perché da tempo sottoposto ad un vero e proprio bombardamento di notizie e cominicazioni varie da parte dei media, dai supplementi dei quotidiani alle trasmissioni televisive. Strumenti informativi che in questi ultimi anni sono migliorati molto dal punto di vista dei contenuti e della capacità divulgativa. E il pubblico va di pari passo: più preparato, più dedito alla lettura, più colto. Aumentano di conseguenza le responsabilità per chi scrive e quello del giornalista diventa sempre più un lavoro di certificazione della notizia”.

Qual è la linea editoriale dell’Espresso rispetto ai temi della salute?
“Siamo da sempre interessati ai temi della medicina che cerchiamo di affrontare con un taglio rigoroso e scientifico. Grande spazio è riservato alla ricerca, da quella di base a quella clinica, senza trascurare i temi più quotidiani e vicini alle necessità immediate dei nostri lettori. Purché si tratti di argomenti che abbiano sempre una validazione scientifica. Ci occupiamo molto anche di medicina alternativa. Un tema che non riguarda solo lo stile di vita ma l’epistemologia, cioè i fondamenti stessi della medicina e della cura. Sono convinta la medicina non sia una sola, ma che ci siano tante medicine, ciascuna frutto dello sviluppo culturale ed economico dei luoghi in cui è nata e si è sviluppata. L’obiettivo oggi è quello di lavorare per costruire un concetto di medicina nuovo, un’intelligente integrazione dei principi della nostra medicina tradizionale e delle discipline legate a tradizioni diverse dalla nostra. Sono felice della scelta del nostro giornale che si è mosso in questa direzione con grande anticipo, non certo per moda, intuendo un nuovo desiderio di salute”.

Internet: che contributo può dare alla comunicazione scientifica?
“Poco o nulla, a mio parere, per il grande pubblico. E’ invece molto utile per gli operatori della comunicazione, ha cambiato letteralmente il modo di lavorare dei giornalisti scientifici. Lo sappiamo tutti, la Rete è piena di trappole, per distinguere il buono dal cattivo occorrono strumenti e conoscenze specifiche che non tutti hanno. Di sicuro esiste un serio problema di fonti, di credibilità e di controllo delle informazioni”.

Quindi tanta informazione, tanta confusione?
“Tutti comunicano, troppi comunicano e non sempre correttamente. Quel che ne deriva è un eccessivo rumore di fondo che crea false aspettative. Cosa è vero e cosa è falso? Pensiamo a quante volte si parla impropriamente di nuove cure miracolose per il cancro. E poi non si sente più nulla. Questo rumore di fondo è terribilmente dannoso per i pazienti, specialmente quando si tratta di patologie gravi. La verità è che le persone sono travolte da un flusso di informazione pseudo-scientifiche indifferenziate come in una sorta di il supermercato della salute”.

Cosa insegna ai comunicatori della Scuola di Triste?
“Il master ha la durata di un due anni ed è aperto anche a laureati in discipline umanistiche o in scienze della comunicazioni. Il nostro obiettivo è insegnare ai futuri giornalisti scientifici ad utilizzare sempre fonti validate, comprendere e raccontare i rapporti fra medicina e società, a ragionare lucidamente sulle determinanti sociali in ambito scientifico, medico e biologico. Sono due gli errori fondamentali in cui incorrono sistematicamente i media in campo scientifico: abbandonarsi all’abbraccio del ciarlatano di turno o ripudiarlo senza comprendere perché l’opinione pubblica presta fede a questo o quel personaggio. Due errori speculari per il giornalista, entrambi molto gravi. Il caso Di Bella lo ha dimostrato in maniera evidentissima”.

A cura di Walter Bruno

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