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COVID-19 e mutazioni del virus: i vaccini funzionano sulle varianti?

La riproduzione di un virus comporta la creazione di molte copie del virus stesso e del suo patrimonio genetico (genoma); questo processo implica la possibilità che si verifichino errori, le cosiddette mutazioni.

I coronavirus, come SARS-CoV-2 responsabile di COVID-19, sono una famiglia di virus particolarmente predisposti alle mutazioni e fin dall’inizio della pandemia mutazioni del virus sono state osservate in tutto il mondo. Si tratta di un fenomeno naturale e non inatteso. Talvolta però le mutazioni possono influire anche sulle caratteristiche del virus, conferendogli per esempio una maggior possibilità di trasmissione, una maggior aggressività, una maggior capacità nel suscitare forme severe di malattia o di superare l’immunità acquisita da un individuo grazie alla vaccinazione o alla pregressa contrazione dell’infezione. Le mutazioni vanno dunque studiate e monitorate con attenzione. Anche SARS-CoV-2 è andato incontro a diverse mutazioni e tre di queste appaiono particolarmente significative.

Ne parliamo con la dottoressa Elena Azzolini della Direzione Medico Sanitaria di Humanitas.

Inglese, sudafricana e brasiliana: le varianti di SARS-CoV-2

Al momento, le varianti monitorate di SARS-CoV-2 sono tre: la variante inglese, la variante sudafricana e la variante brasiliana. I nomi derivano dai luoghi dove sono state individuate per la prima volta. In tutti e tre i casi, il virus presenta mutazioni sulla proteina Spike posta sulle caratteristiche “punte” delle singole particelle del virus SARS-CoV-2. Spike è capace di legarsi all’enzima ACE2 (enzima di conversione dell’angiotensina 2, presente sulle cellule dell’epitelio polmonare dove difende i polmoni da infezioni e infiammazioni) e grazie a questo legame il virus entra nella cellula, impedisce ad ACE2 di compiere il proprio ruolo protettivo e rilascia il proprio codice genetico virale (RNA), costringendo così la cellula a produrre proteine virali che creano nuovi coronavirus portando avanti l’infezione.

La cosiddetta variante inglese (VOC – Variant of Concern – 202012/01) è stata isolata per la prima volta in Gran Bretagna nel settembre 2020. La sua trasmissibilità è più elevata e si ipotizza abbia anche una maggiore patogenicità, ovvero una maggior capacità di suscitare malattia a seguito dell’infezione.

Nell’ottobre 2020 è stata invece isolata per la prima volta la variante sudafricana (501 Y.V2). Anche questa variante ha una trasmissibilità più elevata e sono in corso studi per comprendere se possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da COVID-19: il virus così mutato infatti potrebbe sfuggire alla risposta anticorpale dovuta a una precedente infezione.

La variante brasiliana (P.1) è stata isolata in Giappone nel gennaio 2021 in viaggiatori provenienti dal Brasile e successivamente identificata anche in Corea del Sud, sempre in viaggiatori provenienti dal Brasile. Così come per la sudafricana, anche nel caso della variante brasiliana la trasmissibilità è maggiore e sono in corso studi per comprendere se possa essere responsabile di un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da COVID-19.

I vaccini attualmente disponibili funzionano contro le varianti?

L’avvio della campagna vaccinale – in Italia come negli altri Paesi che nel mondo ne hanno avuto la possibilità – rappresenta un punto di svolta nella gestione della pandemia COVID-19. Al contempo, la presenza di varianti significative del virus genera preoccupazione rispetto all’efficacia dei vaccini disponibili: proteggono dalle varianti del virus?

Le mutazioni non influiscono necessariamente sull’efficacia di un vaccino contro il virus. Alcuni vaccini messi a punto contro le malattie virali rimangono efficaci molti anni dopo il loro sviluppo e forniscono una protezione duratura: ne sono un esempio i vaccini contro il morbillo o la rosolia. In altri casi, come per esempio accade con l’influenza stagionale, la composizione del vaccino viene aggiornata annualmente perché il virus muta da un anno all’altro e questo rende inefficace l’immunità precedente.

Per quanto riguarda SARS-CoV-2, sono diversi gli studi in corso e al momento i vaccini disponibili sembrano essere efficaci nei confronti della variante inglese, mentre per quelle sudafricana e brasiliana vi sono meno certezze: l’efficacia del vaccino sembra essere minore contro queste due mutazioni del virus.

È bene però sottolineare che i vaccini a mRNA (come il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 Comirnaty noto come Pfizer-BioNTech e il vaccino COVID-19 Vaccine Moderna mRNA -1273) possono essere adattati dalle aziende produttrici al fine di renderli efficaci contro le nuove varianti. Gli stessi produttori stanno inoltre studiando eventuali richiami vaccinali per migliorare la protezione contro le varianti future.

Lo studio e il monitoraggio continuo del virus, dunque, sono necessari anche per comprendere quanto i vaccini possano proteggere la comunità da eventuali nuove varianti man mano che queste vengono rilevate.

Il monitoraggio delle varianti in Italia

In Italia l’analisi delle varianti viene effettuata dai laboratori delle regioni e coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità. Lo European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) raccomanda che siano sequenziati almeno circa 500 campioni selezionati casualmente ogni settimana a livello nazionale, secondo alcune priorità, come per esempio: soggetti vaccinati contro SARS-CoV-2 che successivamente si infettano nonostante una risposta immunitaria al vaccino; ospedali nei quali vengono ricoverati pazienti immunocompromessi positivi a SARS-CoV-2 per lunghi periodi; pazienti che si reinfettano; individui in arrivo da Paesi con alta incidenza di varianti SARS-CoV-2; aumento dei casi o cambiamento nella trasmissibilità e/o virulenza in una data zona.

L’Istituto Superiore di Sanità ha chiesto ai laboratori delle regioni e province autonome di selezionare dei sotto-campioni di casi positivi e di sequenziare il genoma del virus per individuare in particolare la presenza della variante inglese. Successivamente verrà poi individuata la presenza della variante brasiliana e anche di quella sudafricana, se sarà necessario. 

A livello europeo, l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA – European Medicines Agency, che ha autorizzato i vaccini Pfizer, Moderna e AstraZeneca) sta preparando delle linee guida per affrontare le nuove varianti e ha chiesto a tutti i produttori di vaccini di indagare se il proprio vaccino possa offrire protezioni contro eventuali varianti, come quelle inglese, sudafricana e brasiliana. Alla luce dei dati raccolti, EMA definirà il proprio approccio normativo al fine di garantire anche in futuro la disponibilità dei vaccini dimostratisi finora efficaci. L’EMA sta inoltre collaborando con altre autorità di regolamentazione nel quadro dell’International Coalition of Medicines Regulatory Authority (ICMRA) per determinare possibili modifiche alla composizione dei vaccini COVID-19 in un’ottica di strategia globale.

Le varianti colpiscono maggiormente bambini e giovani?

Dai dati disponibili non sembra che bambini e giovani siano maggiormente colpiti dalle varianti. La “variante inglese” infatti sembra trasmettersi con più frequenza in tutte le fasce di età, ma non risulta al momento che abbia come target preferenziale bambini e ragazzi.

I dati sulle altre due varianti invece non sono ancora esaustivi e pertanto non è possibile formulare ipotesi.

In conclusione, è importante ribadire quanto – anche contro le varianti – siano fondamentali le misure di prevenzione ormai note: l’uso delle mascherine, il distanziamento fisico e l’igiene delle mani restano prioritarie nel proteggersi dal rischio di infezione.

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