“Terapie endocrine: il punto di vista dell’oncologo”: questo il titolo dell’intervento della dottoressa Agnese Losurdo, specialista in Oncologia Medica in Humanitas, nel corso di Mamazone 2017, la settima edizione di “Paziente diplomata”, una giornata dedicata alle donne con e senza tumore al seno, organizzata da Humanitas lo scorso 14 ottobre.

La dottoressa ha provato a raccontare alle pazienti come trovare un equilibrio tra i benefici e gli effetti indesiderati nell’ambito delle terapie endocrine.

I farmaci per le terapie endocrine

“La terapia endocrina agisce interagendo con il sistema ormonale; si tratta della prima cosiddetta terapia intelligente perché ha un’azione mirata, a bersaglio, solo sulle cellule che presentano sulla propria superficie i recettori ormonali (estrogeni e progestinici)”, ha spiegato la dottoressa.

Questi farmaci impediscono agli estrogeni di raggiungere le cellule mammarie neoplastiche, frenandone così lo sviluppo; oppure riducono la quantità di estrogeni prodotti dall’organismo allo scopo di cercare di diminuire il rischio di recidiva.

“Le classi di farmaci di riferimento sono tre: i SERM ovvero modulatori selettivi del recettore estrogenico, così chiamati perché a seconda dell’organo bersaglio hanno effetti pro-estrogenici o anti-estrogenici (come nel caso del tumore mammario); gli inibitori dell’aromatasi, che inibiscono l’enzima aromatasi presente in alta concentrazione nel grasso corporeo e gli LHRH analoghi, farmaci che mimano LHRH, un ormone prodotto a livello dell’ipofisi, e che attraverso un complesso meccanismo sono in grado di bloccare la produzione ovarica di ormoni sessuali”.

I benefici della terapia endocrina

“Dagli anni Novanta, i SERM (come tamoxifene) vengono regolarmente utilizzati per 5 anni dopo l’intervento chirurgico nelle pazienti che presentano recettori per estrogeni e/o progestinici positivi, e c’è un dimostrato vantaggio nel miglioramento significativo nella sopravvivenza libera da malattia e nella riduzione del numero della ripresa di malattia sia locali sia a distanza. Gli inibitori dell’aromatasi presentano due sottocategorie: gli inibitori irreversibili steroidei e gli inibitori reversibili non steroidei; questi farmaci sono stati approvati, vista la dimostrata efficacia, sia per la fase adiuvante sia per quella metastatica. Gli LHRH analoghi hanno permesso di abbandonare la pratica della rimozione chirurgica delle ovaie, usata in passato nelle donne che dovevano intraprendere una terapia ormonale”, ha sottolineato la dottoressa Losurdo.

Terapie endocrine oltre i 5 anni?

“In generale, le pazienti con recettori ormonali positivi presentano un rischio contenuto di ripresa della malattia; un rischio che, seppur basso, permane a lungo dopo la chirurgia. Numerosi studi clinici randomizzati hanno valutato il proseguimento della terapia endocrina con tamoxifene (SERM) o con inibitore dell’aromatasi fino a dieci anni, evidenziando un beneficio in termini di riduzione del rischio di ripresa di malattia locale e a distanza. Le pazienti che traggono maggior beneficio da una terapia endocrina prolungata sono quelle ad alto rischio, per esempio con linfonodi positivi alla diagnosi chirurgica.

È dunque fondamentale, nella valutazione della prosecuzione della terapia endocrina dopo il quinto anno, bilanciare il potenziale beneficio (così come emerso dagli studi) con la tolleranza soggettiva alla terapia e con gli effetti collaterali che si sono avuti negli anni precedenti. La dottoressa Losurdo ha anche illustrato quali sono i più comuni effetti collaterali e quali strategie è possibile adottare per contrastarli.

Come trovare un equilibrio?

“Nella scelta della terapia endocrina e della sua durata devono essere ben bilanciati i potenziali benefici in termini di riduzione delle recidive e di prolungamento della sopravvivenza libera da malattia, con il rischio intrinseco di ripresa della malattia e il peso degli eventuali affetti collaterali. La decisione deve essere frutto di un attento counselling tra il medico e la paziente e questa deve disporre di tutti gli strumenti per poter partecipare consapevolmente alla scelta riguardo il tipo e la durata della terapia endocrina”, ha concluso la specialista.

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