È stato recentemente pubblicato su Science Translational Medicine uno studio statunitense dal titolo “Detection of early pancreatic ductal adenocarcinoma with thrombospondin-2 and CA19-9 blood markers”.

Lo studio, mediante complesse tecniche di programmazione cellulare, è riuscito a individuare una molecola che sembrerebbe aumentata nei pazienti con tumore al pancreas in fase iniziale.

Se gli studi successivi confermeranno quanto scoperto finora, quali strade potrebbero aprirsi nella cura di un tumore che rappresenta ancora la quarta causa di morte per tumore nei Paesi occidentali?

Ne abbiamo parlato con il professor Alessandro Zerbi, Responsabile di Chirurgia pancreatica in Humanitas, e con la dottoressa Paola Allavena, Responsabile del laboratorio di immunologia cellulare in Humanitas. 

L’importanza di marcatori nel tumore al pancreas

“Lo sforzo nel ricercare marcatori per il tumore del pancreas è di lunga data. Spesso ci siamo trovati di fronte alla possibilità di averne individuato uno più efficace di quello già disponibile, ma l’entusiasmo iniziale si è ridimensionato di fronte ai dati di realtà. Anche nel caso di questo studio dunque occorre una certa cautela, sebbene i dati siano importanti e validi”, sottolinea il professor Zerbi.

“Il bisogno di marcatori nasce da un’esigenza reale: la diagnosi di tumore al pancreas è tardiva, con importanti ripercussioni in termini di efficacia del trattamento. Disporre di un esame del sangue capace di individuare precocemente la malattia cambierebbe sensibilmente la storia di questo tipo di tumore”. 

I risultati dello studio

“Grazie a complesse metodiche di laboratorio, i ricercatori sono riusciti a isolare alcune proteine e ne hanno individuata una in particolare, la trombospondina 2, che è risultata statisticamente aumentata nei pazienti con tumore al pancreas, anche in fase iniziale. Una molecola che sembra possa essere migliore del CA 19-9 (il marcatore attualmente disponibile) proprio perché si esprime anche nelle fasi iniziali della malattia.

L’utilizzo combinato dei due marcatori potrebbe portare all’individuazione del tumore del pancreas, considerato che dai dati è emerso che il 98% dei tumori produce o la trombospondina 2 o il CA 19-9”, spiega il prof. Zerbi.

Gli eventuali ambiti di utilizzo

“Se i risultati fossero approvati e si arrivasse a una realizzazione commerciale del prodotto, potremmo immaginare due ambiti di utilizzo: da un lato, nella diagnosi precoce, dall’altro all’interno dei programmi di sorveglianza attiva”.

A questo proposito esiste un progetto nato dall’Associazione Italiana Studio Pancreas, di cui il professor Zerbi è presidente, che coinvolge i pazienti considerati a rischio per questo tumore perché presentano un aumentato rischio genetico per familiarità. La presenza di familiari stretti con tumore del pancreas infatti espone a un maggior rischio di insorgenza di malattia.

“Questi soggetti vengono seguiti in alcuni Centri che hanno aderito al programma, come Humanitas, e sono invitati a sottoporsi annualmente a una serie di esami. Se si arrivasse alla messa a punto di un esame del sangue capace di individuare precocemente la malattia, sarebbe molto più agevole, anche per questi pazienti ritenuti a rischio”.

Il lavoro di ricerca in Humanitas

Come ci racconta la dottoressa Paola Allavena, anche Humanitas è impegnata nelll’individuazione di marcatori significativi per il tumore del pancreas.

“È importante infatti fare diagnosi precoce di questo tumore, solo il 10-15% dei pazienti sono operabili, un numero molto esiguo. Una diagnosi più precoce è dunque l’obiettivo verso cui si concentrano moltissimi sforzi anche in ambito di ricerca.

Il nostro team sta conducendo un lungo lavoro, partito qualche anno fa. Sappiamo, grazie alla letteratura scientifica di base, che anche il carcinoma duttale del pancreas (la forma più pericolosa dei tumori del pancreas) presenta un modello di progressione della malattia. Le cellule duttali si trasformano e proliferano; primo responsabile di questa mutazione è l’oncogene K-Ras, conosciamo altre molecole di geni coinvolti, ma K-Ras è il primo a esprimersi”.

L’indagine proteomica

“Abbiamo dunque utilizzato alcune cellule sane pancreatiche che potessero essere coltivate in vitro e abbiamo inserito l’oncogene K-Ras, attivando così una carcinogenesi iniziale. Abbiamo poi pensato di provare a identificare quali proteine vi fossero al di fuori della cellula, perché era possibile che – se presenti in ambiente extracellulare – potessero poi ritrovarsi nel sangue ed essere così misurabili. Grazie a una sofisticata indagine proteomica, in collaborazione con l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, abbiamo individuato diverse decine di proteine. Abbiamo poi applicato alcuni parametri di selezione e ne abbiamo scelte alcune, fino ad arrivare a una rosa di sei.  Di queste, ne abbiamo validate quattro e individuate alla fine due: sono due proteine della matrice che normalmente non sono presenti nel plasma dei soggetti sani. Abbiamo infatti scoperto che queste due proteine sono più elevate nel plasma dei pazienti con tumore del pancreas”.

Il proseguimento del lavoro di ricerca

“Adesso ci concentreremo sul comparare il livello delle proteine con alcuni parametri clinici, per esempio l’aggressività del tumore e il momento in cui è stata effettuata la diagnosi, per vedere se riusciamo a ottenere ulteriori informazioni. In futuro, sarebbe interessante verificare se nei pazienti che stanno sviluppando un carcinoma del pancreas (senza che questo sia ancora evidente) vi sia già la presenza di queste proteine plasmatiche.

La collaborazione tra il mondo della ricerca e l’ambito clinico è dunque fondamentale, abbiamo bisogno l’uno dell’altro nel tentativo di trovare nuove strade a beneficio dei pazienti”, conclude la dottoressa Allavena.

 

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