La sorveglianza attiva rappresenta un’alternativa alla chirurgia endoscopica in pazienti con tumori recidivi della vescica di basso grado. Lo dimostra uno studio condotto dal team del prof. Giorgio Guazzoni, Responsabile di Urologia, e accolto dal prestigioso British Journal of Urology International. Ne abbiamo parlato con il dott. Rodolfo Hurle, urologo di Humanitas e ideatore dello studio.

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Il dott. Rodolfo Hurle.

Sorveglianza attiva nel tumore della vescica, quali aspetti ha messo in evidenza lo studio del dott. Hurle?

Lo studio prevedeva l’arruolamento di pazienti con tumore recidivante della vescica di basso grado in un programma di sorveglianza attiva. “Si trattava di una popolazione selezionata, caratterizzata da neoplasie di non più di 10 mm di diametro e con citologia urinaria negativa”, spiega il dott. Hurle, aiuto presso l’unità operativa di Urologia di Humanitas. Lo studio ha comportato l’arruolamento di 55 pazienti, con età media di poco inferiore ai 70 anni. Il follow up ha avuto una durata di 53 mesi. “I dati raccolti sono incoraggianti – commenta il dott. Hurle – e hanno evidenziato che la sorveglianza attiva rappresenta un’opzione ragionevole in un gruppo selezionato di pazienti con piccoli tumori ricorrenti”. “Il tumore della vescica, infatti, è una patologia contrassegnata da alto tasso di recidiva e tale approccio consentirebbe di evitare la chirurgia a pazienti spesso anziani, e quindi, particolarmente fragili: i controlli sono regolari e frequenti, e non si interviene chirurgicamente se la patologia non progredisce o resta asintomatica”. La ricerca, già presentata nel 2015 al congresso degli urologi americani e oggi validata anche dal British Journal of Urology International, è contrassegnata da un alto tasso di innovazione e apre la strada a nuove prospettive terapeutiche: trattasi infatti del primo lavoro italiano, secondo europeo e quinto nel mondo relativo alla sorveglianza attiva come opzione terapeutica per il tumore della vescica.