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10 risposte per non temere l’anestesia

Nonostante le spiegazioni preventive dei medici in merito all’anestesia generale, a volte in tutti noi, quando dobbiamo affrontare un intervento chirurgico, rimangono tanti interrogativi, spesso fonte di ansia. Abbiamo chiesto alla dott.ssa Roberta Monzani, responsabile del Day Hospital Chirurgico di Humanitas, di rispondere a qualche domanda, magari anche banale, che alla soglia della sala operatoria non avremmo il tempo o il coraggio di fare.

1. Se si viene sottoposti ad anestesia generale si viene sempre anche “intubati”?
“Quando si parla di anestesia generale – spiega la dott.ssa Roberta Monzani significa che il paziente non solo viene addormentato, ma viene inibita la sua funzione respiratoria autonoma, e l’intubazione consente di instaurare quella artificiale. Ciò non significa che ogni volta che il paziente dorme debba essere intubato: in talune operazioni di breve durata (massimo 30’) e poco invasive, viene effettuata una sedazione (blanda, media, profonda) che induce il sonno ma lascia integra l’attività respiratoria spontanea. Questa, al limite, necessiterà di supporto con mascherina e pallone”.

2. Per quali interventi è indispensabile ricorrere all’anestesia generale? Quando è così rischiosa che può convenire rinunciare all’intervento?
“L’anestesia generale è indispensabile per tutti gli interventi lunghi e invasivi che riguardano organi del torace e dell’addome, per gli interventi di otorinolaringoiatria e per quasi tutti quelli che si svolgono in bocca, perché è necessario proteggere le vie aeree dal sanguinamento. Oggi, però, nei casi in cui l’anestesia generale sarebbe oltremodo rischiosa, quando è possibile si prendono in considerazione alternative come l’anestesia loco-regionale o presidi diversi per l’intubazione. Restano ad elevato rischio solo i casi di estrema urgenza, ma trattandosi di persone in pericolo di vita non c’è scelta”.

3. L’intubazione può presentare inconvenienti?
“E’ una manovra importante e delicata. Consiste, infatti, nell’infilare un tubo in trachea (inserendolo dalla bocca o dal naso) attraverso le corde vocali, per consentire la respirazione artificiale mediante collegamento ad una macchina. Talvolta può risultare difficile per la conformazione anatomica del paziente e presenta come eventuale effetto collaterale avverso la possibilità di stimolare un broncospasmo. Quando, però, l’intubazione risulta rischiosa all’esame pre-operatorio per una particolare conformazione anatomica del paziente, si cercano vie alternative. Mi è capitato di rifiutare un’anestesia generale a un paziente che doveva subire un intervento di ernia inguinale bilaterale in laparoscopia, perché si poteva scegliere l’alternativa di due operazioni in anestesia locale o locoregionale. Oppure si ricorre a tecniche alternative, tra cui quella della «maschera laringea»: meno invasiva e traumatica dell’intubazione, occupa lo spazio tra bocca e faringe, non stimola broncospasmo e, quindi, in certi casi è più conveniente.»

4. Perché si deve firmare il “consenso informato”? Che cos’è?
“Purtroppo il consenso viene spesso erroneamente inteso come ‘scarico di responsabilità’ da parte dei medici, il che è assolutamente sbagliato. Il consenso non dovrebbe fare paura, anzi: il suo scopo è di garantire che i medici realmente informino il paziente su quello che accadrà in sala, su quello che potrebbe accadere, sui motivi perché si è scelto di intervenire e procedere in un certo modo piuttosto che in un altro. Se ne firmano due, uno per l’anestesia e uno per l’intervento chirurgico, più eventualmente un terzo ove sia necessaria o possibile una trasfusione”.

5. Quanto è pericolosa l’anestesia generale e per chi lo è maggiormente?
“Sulla chirurgia d’elezione, cioè programmata, attraverso il precolloquio con il paziente e i vari esami preoperatori, si è in grado di ricorrere a un’anestesia «su misura» per il paziente e l’operazione riducendo i rischi al minimo. Il margine di rischio non aumenta più come una volta con l’età grazie alle numerose possibili alternative all’anestesia generale e al miglioramento dei farmaci disponibili, ma dipende dallo stato generale del paziente e dall’urgenza dell’intervento. Esiste una classificazione anestesiologica dei pazienti in relazione al rischio (classi ASA):prima classe, paziente in buona salute che non ha altre affezioni rispetto a quelle che richiedono l’atto chirurgico (es. ernia inguinale); seconda, paziente con malattia generica moderata (es. ipertensione arteriosa ben controllata con trattamento, obesità moderata, diabete controllato dalla dieta), che conosciuta dall’anestesista non crea particolari rischi; terza, paziente con malattia generica severa ma non invalidante (iperteso, diabetico, bronchitico cronico) che andrà trattato ad hoc prima dell’intervento per ridurre rischi specifici; quarta, paziente con malattia generica invalidante che mette a rischio la prognosi vitale (es. insufficienza cardiaca severa, insufficienza respiratoria trattata con ossigeno-terapia, insufficienza epatica severa)”.

6. E se non sono in grado di rispondere esattamente alle domande pre-intervento o dimentico qualcosa di fondamentale?
“Non è l’errore di qualche chilo sul peso corporeo, o di qualche centimetro sull’altezza a metterci in pericolo. L’indagine dell’anestesista permette comunque di tracciare un quadro generale sufficiente: ad esempio, l’anestesista tratterà comunque con più attenzione il paziente con familiarità allergiche (siano esse da pollini, alimenti, acari, farmaci), e sceglierà l’antibiotico appartenente ad una ‘famiglia’ già assunta in precedenza dal paziente”.

7. Che cosa può succedere di imprevedibile in sala operatoria? Come si rimedia?
“L’anestesista sorveglia costantemente il paziente, osservandolo direttamente e con l’aiuto delle macchine, che ne monitorizzano le funzioni vitali: il respiro, la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca. E’ pronto ad intervenire per gestire ogni evenienza imprevedibile: oggi le possibilità di rimedio a disposizione dei medici in sala sono notevolmente migliorate, con una conseguente riduzione al minimo di rischio grave.
Possono poi verificarsi inconvenienti ‘meccanici’: in sala operatoria le macchine, per quanto sempre controllate, possono guastarsi. Ma se, ad esempio, si rompe il respiratore o si spegne un monitor, l’anestesista interviene con altre fonti di ossigeno o con il controllo manuale.
Infine, se insorgono in corso di operazione complicazioni chirurgiche, l’anestesista provvede a prolungare o adeguare alla nuova situazione l’anestesia.

8. Prima di entrare in sala operatoria bisogna togliersi ori, protesi, smalto, trucco agli occhi… In che modo questi possono interferire con l’anestesia o con l’intervento?
“Può sembrare strano, ma in realtà interferiscono con entrambi. Il colorito del contorno occhi o delle unghie è un indice importante di mutamento delle condizioni di ossigenazione del paziente. Il suo corpo deve essere assolutamente libero da impedimenti. La crema potrebbe fare da isolante per gli elettrodi.I metalli possano interferire con l’elettrobisturi”.

9. Perché a volte si arriva in camera ancora addormentati, e altre volte di è svegli? Come si controlla il risveglio dall’anestesia?
“Il risveglio, come fase dell’anestesia, è la ripresa autonoma delle funzioni vitali che deve avvenire in sala operatoria sotto il controllo dell’anestesista. Poi il paziente può continuare a dormire oppure no, ma si tratterà solo di stato soporoso”.

10. Se è andato tutto bene una volta, significa che tendenzialmente l’anestesia non crea problemi?
“In generale sì, ma solo se nel frattempo non sono mutate le nostre condizioni fisiche generali”.

L’anestesia è il tema della rubrica “Lo specialista risponde”, on-line sul sito www.humanitas.it. Nel mese di giugno è possibile inviare domande alla dott.ssa Roberta Monzani. Le risposte saranno on-line a partire da luglio. Un servizio in collaborazione con www.alice.it.

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