La vitamina D non è una vitamina in senso stretto, ma un vero e proprio pro-ormone. A differenza della maggior parte dei micronutrienti, l’organismo è in grado di sintetizzarla autonomamente grazie all’esposizione alla luce solare. La quota prodotta per via cutanea rappresenta la fonte principale, mentre quella di origine alimentare è minoritaria. Una volta sintetizzata o assunta con la dieta, la vitamina D viene immagazzinata nel tessuto adiposo e nel fegato, da cui viene rilasciata gradualmente secondo le esigenze metaboliche.
La vitamina D si presenta in due forme principali: l’ergocalciferolo (vitamina D2), di origine vegetale e fungina, e il colecalciferolo (vitamina D3), sintetizzato dalla cute in seguito all’esposizione ai raggi UVB e presente in alcuni alimenti di origine animale. Entrambe le forme richiedono una doppia attivazione enzimatica – a livello epatico e renale – per diventare biologicamente attive.
Ne parliamo con il professor Andrea Lania, responsabile dell’Unità di Endocrinologia e Diabetologia presso l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
A cosa serve la vitamina D?
Il ruolo principale della vitamina D è la regolazione del metabolismo del calcio e del fosforo. Favorisce l’assorbimento intestinale del calcio e ne riduce l’escrezione renale, sostenendo così la mineralizzazione ossea, la crescita scheletrica in età pediatrica e il fisiologico rimodellamento dell’osso in età adulta. Un deficit prolungato può manifestarsi come rachitismo nel bambino, o come osteomalacia e fragilità ossea nell’adulto. Alla vitamina D vengono inoltre attribuiti possibili effetti sul sistema immunitario, la funzione muscolare e la regolazione della risposta infiammatoria.
Dove si trova la vitamina D?
La principale fonte di vitamina D è l’esposizione alla luce solare: l’irradiazione UVB sulla cute innesca la conversione del 7-deidrocolesterolo in colecalciferolo. Un’esposizione di circa 15-30 minuti su braccia e gambe, più volte alla settimana nelle ore centrali della giornata, è generalmente sufficiente nei mesi estivi. Nei mesi invernali o in condizioni di scarsa irradiazione solare, la sintesi cutanea si riduce significativamente.
Sul piano alimentare, le fonti più rilevanti includono i pesci grassi (salmone, sgombro, tonno), l’olio di fegato di merluzzo, il tuorlo d’uovo e alcuni alimenti fortificati. Tuttavia, la dieta da sola difficilmente copre il fabbisogno giornaliero.
Vitamina D bassa: i sintomi
La carenza di vitamina D è spesso asintomatica nelle fasi iniziali e viene identificata casualmente attraverso un esame ematochimico. Quando il deficit si protrae nel tempo, possono comparire astenia, dolori muscolo-scheletrici diffusi, maggiore suscettibilità alle infezioni e alterazioni del tono dell’umore. Nei bambini, una carenza grave può causare rachitismo, con deformità scheletriche e ritardo della crescita. Negli adulti, le conseguenze più frequenti sono osteopenia e osteoporosi, con conseguente aumento del rischio di fratture da fragilità.
Quando prendere gli integratori di vitamina D?
L’integrazione di vitamina D è indicata quando l’esposizione solare e l’apporto alimentare risultano insufficienti a mantenere livelli ematici adeguati. La decisione terapeutica deve essere guidata dal medico, sulla base del dosaggio sierico della 25-idrossivitamina D, e non intrapresa autonomamente. La forma più utilizzata è il colecalciferolo (vitamina D3), disponibile in formulazioni per somministrazione giornaliera, settimanale o mensile per via orale. Il dosaggio e la frequenza di somministrazione vengono stabiliti in funzione del grado di carenza e delle caratteristiche del paziente.
Come prevenire la carenza di vitamina D?
La prevenzione si basa su un’adeguata esposizione solare, una dieta che includa le principali fonti alimentari di vitamina D e uno stile di vita sano. È opportuno evitare l’abuso di alcol, poiché interferisce con il metabolismo epatico della vitamina D, e segnalare al medico l’assunzione di farmaci che possono ridurne i livelli, tra cui alcuni antiepilettici, corticosteroidi e rifampicina.
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