“Progressi nella cura: un’alleanza tra donne e medici – Il contributo delle donne”: questo il titolo dell’intervento del dottor Claudio Andreoli, Direttore della Scuola Italiana di Senologia e Responsabile dell’Unità Multidisciplinare di Senologia di Humanitas Mater Domini, nel corso di Mamazone 2017, la settima edizione di “Paziente diplomata”, una giornata dedicata alle donne con e senza tumore al seno, organizzata da Humanitas lo scorso 14 ottobre.

Il dottor Andreoli ha sottolineato l’importanza che il tumore della mammella ha avuto nell’evoluzione della moderna oncologia non solo per la sua grande rilevanza epidemiologica ma, soprattutto, per essere stata la neoplasia sulla quale in tutto il mondo si sono concentrati maggiormente gli sforzi e gli investimenti della ricerca. Dal 1890 quando, grazie alle intuizioni del chirurgo William Halsted, fu per la prima volta dimostrato che questo tumore poteva essere curato e guarito, moltissimi sono stati i passi avanti nella conoscenza della sua biologia e i progressi registrati nelle cure. Conquiste che è stato in molti casi possibile ottenere proprio grazie alle donne che, con determinazione, coraggio e intelligenza, hanno fatto pressione su medici e ricercatori spingendoli a verificare e approfondire linee e percorsi di ricerca del tutto innovativi.

Le battaglie delle donne che hanno cambiato la senologia

Si pensi agli anni Sessanta, in corrispondenza della prima grande emancipazione femminile, quando sempre più donne rifiutarono l’idea della mastectomia come unica forma di cura possibile del tumore al seno. Numerose pazienti decisero infatti di sottoporsi a un intervento limitato e meno demolitivo e visto il loro numero, alla fine degli anni Sessanta si è andati a vedere cosa fosse successo in loro. Dal rifiuto della mastectomia ha preso così il via la rivoluzione conservativa, dalla quale sono partiti gli studi clinici che hanno poi reso effettiva la chirurgia conservativa all’inizio degli anni Ottanta.

Un’altra conquista è stata quella dell’umanizzazione della terapia. All’inizio degli anni Settanta infatti, la chemioterapia veniva somministrata seguendo il criterio della dose massima tollerabile, con conseguenti timori da parte delle pazienti e rifiuti delle cure. Il timore per la cura infatti sovrastava quello per la malattia. Questo ha spinto la ricerca verso strade sempre meno invasive e pesanti, passando dal concetto di cura massima tollerabile a quello di cura minima efficace.

All’input delle donne si deve anche il miglioramento della diagnostica; negli anni Ottanta infatti si diffuse l’idea che la mammografia facesse male e fosse dolorosa. Questo ha spinto l’industria a cercare di migliorare le apparecchiature, consentendo – con i nuovi macchinari – un’erogazione di radiazioni sempre più basse e una compressione automatica della mammella nel corso dell’esame.

Negli anni Novanta poi si è lottato per il diritto alla protesi e alla ricostruzione della mammella; mentre negli anni Duemila le donne hanno contribuito fortemente allo sviluppo delle tecniche di preservazione della fertilità. La malattia infatti colpisce donne sempre più giovani, spesso soggette a trattamenti di chemioterapia, con l’impossibilità poi di avere figli. Molte pazienti hanno rifiutato le cure per un desiderio successivo di maternità, avviando ancora una volta un lavoro di ricerca che perfezionasse le tecniche di preservazione della fertilità; tecniche che oggi vengono offerte alle pazienti oncologiche che devono sottoporsi a chemioterapia.

“Non c’è progresso senza ricerca e non c’è ricerca senza pazienti”, ha sottolineato il dottor Andreoli.

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