L’infiammazione è una sorta di reazione del nostro organismo di fronte a uno stimolo. Talvolta l’infiammazione è ben visibile, ma in altri casi non dà segno di sé.

Per verificare se nel nostro organismo è in corso un’infiammazione è possibile eseguire alcuni test; la presenza della proteina C-reattiva nel sangue periferico, per esempio, può essere un indice importante di infiammazione. Ma come misurarla e come questa può essere di aiuto? Ne ha parlato il professor Carlo Selmi, Responsabile di Reumatologia e Immunologia clinica in Humanitas, in una recente intervista al Corriere della Sera.

La proteina C-reattiva

La proteina C-reattiva (PCR) è prodotta dal fegato e la si trova nel sangue periferico. La sua immissione nel circolo sanguigno avviene in risposta a processi infiammatori e dunque i suoi livelli nel sangue aumentano in maniera significativa se è in corso un’infiammazione. È considerata una delle “proteine della fase acuta”, come per esempio la VES, ovvero la velocità di sedimentazione dei globuli rossi.

Laddove si sospetti un’infiammazione o la contrazione di un’infezione è possibile, con un semplice esame del sangue, verificare i livelli della proteina C-reattiva nel sangue.

I livelli della proteina C-reattiva consentono di confermare o escludere la presenza di un’infiammazione, ma non possono indicare dove questa sia collocata. Se l’esame si rivela positivo, l’infiammazione potrebbe essere dovuta a diverse patologie (tumori, tubercolosi, malattie infiammatorie croniche intestinali, polmonite pneumococcica, lupu eritematoso sistemico, artrite reumatoide) e occorre collocare il risultato del test nel quadro del sospetto diagnostico.

A cosa serve il test?

Se la causa dell’infiammazione è nota, come una malattia autoimmune caratterizzata da infiammazione cronica, misurare la proteina C-reattiva potrebbe essere utile per valutare la fase di riacutizzazione o di quiete della patologia, verificando se la terapia stia funzionando in maniera adeguata o meno e dunque ridefinirla, se necessario. Il test può essere di aiuto anche per capire se il paziente che ha contratto un’infezione sta guarendo.

In media, i valori di riferimento della PCR sono inferiori a 5-10 mg/L, ma possono essere espressi anche come mg/dL, con limiti pertanto di 10 volte inferiori (0,5-1).

Occorre sottolineare però che alcune malattie infiammatorie, anche in fase di attività, non presentano elevati livelli della PCR e che la dimensione del rialzo non è necessariamente legata alla severità dell’infiammazione, se non nel tempo. Alti livelli della proteina C-reattiva inoltre, possono registrarsi anche durante la gravidanza, nelle donne che assumono contraccettivi o che sono sottoposte a terapia ormonale sostitutiva.

In ambito cardiologico

In ambito cardiologico invece, può essere utile il test per la proteina C-reattiva ad alta sensibilità, un esame capace di individuare anche le minime variazioni della proteina, e che può essere utile nella valutazione del rischio cardiovascolare.

L’aterosclerosi, per esempio, ovvero la formazione di placche sulle pareti arteriose che può condurre a eventi cardiovascolari avversi, come un attacco cardiaco, è legata alla presenza di un’infiammazione, rilevabile grazie alla PCR.

Questo test in genere si esegue insieme ad altri esami, in grado di valutare i fattori di rischio per patologie cardiovascolari, come colesterolo e trigliceridi.

 

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