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Humanitas Research Hospital

Humanitas è un ospedale ad alta specializzazione, centro di Ricerca e sede di insegnamento universitario.
All’interno del policlinico, accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale, si fondono centri specializzati per la cura dei tumori, delle malattie cardiovascolari, neurologiche ed ortopediche, oltre a un Centro Oculistico e a un Fertility Center.
Humanitas è inoltre dotato di un Pronto Soccorso EAS ad elevata specializzazione.

La Qualità della cura e dell’assistenza è il primo obiettivo di Humanitas, con l’intento di favorire un miglioramento continuo, a beneficio dei pazienti. Qualità significa anche capacità di analisi, per misurarci e migliorare in modo trasparente e innovativo, equilibrando efficacia clinica,
esperienza del paziente e sostenibilità.
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Centri

Dipartimenti e Unità Operative

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Direttore Prof. Gianluigi Condorelli

8 Unità Operative

Dipartimenti di Chirurgia Generale

Direttore Prof. Guido Torzilli

7 Unità Operative

Dipartimento di Area Cancer

Direttore Prof. Armando Santoro

5 Unità Operative

Chirurgie Specialistiche

4 Unità Operative

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Dipartimento di Riabilitazione e Recupero Funzionale

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Direttore Prof. Alberto Carlo Piero Malesci

4 Unità Operative

Dipartimento di Area Neurologica

Direttore Michela Matteoli

5 Unità Operative

Dipartimento di Diagnostica per Immagini

Direttore Dott. Luca Balzarini

4 Unità Operative

Dipartimento di Ginecologia e Medicina della Riproduzione

Direttore Prof. Paolo Emanuele Levi-Setti

2 Unità Operative

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9 Unità Operative

Area Laboratori

2 Unità Operative

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Sarcomi del retroperitoneo: al Prof. Vittorio Quagliuolo la Relazione Biennale del Congresso Congiunto delle Società Scientifiche di Chirurgia

In occasione del Congresso Congiunto delle Società Scientifiche di Chirurgia, a Roma dal 14 al 18 ottobre, il professor Vittorio Quagliuolo – Responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia generale oncologica di Humanitas – ha presentato davanti alla platea di esperti la Relazione Biennale dal titolo “Attualità nel trattamento dei sarcomi del retroperitoneo”. 

La kermesse è la più importante a livello nazionale in quanto vede la partecipazione di oltre trenta società chirurgiche italiane di diverse specialità e branche delle chirurgia, con la presenza di oltre 3.500 chirurghi ed esperti che provengono da tutta Italia e dall’estero. 

La lettura, quindi, della Relazione Biennale davanti a questa platea è stata senza dubbio un riconoscimento al lavoro e alla ricerca del professor Quagliuolo, che da sempre si occupa di sarcomi e in particolare di sarcomi del retroperitoneo.

Alla relazione, che viene assegnata dal Comitato Direttivo della Società Italiana di Chirurgia, fa seguito la pubblicazione di una monografia, testo che entra a far parte di fatto della letteratura scientifica. La Springer, casa editrice specializzata nell’edizione di riviste e opere scientifiche e mediche, ha pubblicato la monografia “Current treatment of retroperitoneal sarcomas. A joint effort with the Italian Society of Surgical Oncology”, di cui lo stesso professor Quagliuolo è editor insieme al collega Alessandro Gronchi, dell’Istituto Nazionale dei Tumori.

 

La chirurgia dei sarcomi del retroperitoneo: come è cambiata negli ultimi anni

“I sarcomi che colpiscono il retroperitoeno sono una patologia estremamente rara, pari al 16% di tutti i casi di sarcomi, si tratta di circa 400 nuovi pazienti all’anno”, ha spiegato il professor Quagliuolo. “È un ambito che negli ultimi anni ha fatto molti passi avanti rispetto al passato, quando era un argomento di studio che però non dava grandi soddisfazioni dal punto di vista dei risultati in termini di outcome oncologico, mentre oggi suscita molto interesse da parte della comunità scientifica”.

“Fino agli anni 2000 i sarcomi del retroperitoneo erano gravati da una percentuale molto alta di recidive locali – ha aggiunto il professore -: la sopravvivenza globale dei pazienti affetti da  questa patologia era intorno al 30% a 10 anni dall’intervento, con un 50% di recidive locali a 5 anni, quindi un paziente su due ricadeva con una  recidiva locale e solo uno su tre sopravviveva al sarcoma”.

“Per questo si è deciso di cambiare strategia chirurgica e passare da una chirurgia conservativa a una più demolitiva”, ha spiegato Quagliuolo “ Un approccio in controtendenza rispetto a quello che si è sviluppato negli ultimi decenni con trattamenti chirurgici invece più conservativi come nel caso di mammella, retto, della chirurgia cervico-facciale e di quella per i sarcomi agli arti.

“Un tempo la chirurgia del retroperitoeno era tesa a conservare il più possibile soprattutto gli organi circostanti che entravano in contatto con il tumore, come ad esempio colon, reni, pancreas o muscolo psoas, mentre ora vengono coinvolti nell’asportazione di  principio, indipendentemente dal fatto che siano evidentemente infiltrati dal sarcomi o meno”, ha spiegato il professore chiarendo che “ questa scelta  deve essere condivisa ed accettata dai pazienti, spiegando  loro che per quanto sia un’operazione molto impegnativa e demolitiva i risultati a distanza in termini di sopravvivenza e di beneficio sono significativi”.

Con questa strategia chirurgica la sopravvivenza globale a 10 anni è aumentata dal 30% al 50% dei casi, mentre è diminuita la comparsa di recidive locali a 5 anni dal 50% al 23%. Anche la mortalità e le complicanze postoperatorie sono contenute.

 

 

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Chirurgia mammaria: il prof. Klinger al Congresso Internazionale della Società Americana di Chirurgia

La chirurgia plastica italiana protagonista al congresso internazionale organizzato dalla Società Americana di Chirurgia Estetica (ASPS), a Chicago dal 28 settembre al 1 ottobre: il professor Marco Klinger, Responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia Plastica di Humanitas ha tenuto in seduta plenaria la Maliniac Lecture – uno dei più importanti riconoscimenti scientifici mondiali del settore – presentando ad oltre 9mila colleghi ed esperti la ‘summa’ dei suoi studi sulla chirurgia mammaria. 

La Maliniac Lecture

La prestigiosa ‘lectio magistralis’ viene assegnata ogni anno a un chirurgo per alti meriti e riconoscimenti scientifici; chi la tiene entra a far parte dell’Albo d’Oro, elenco in cui spiccano “mostri sacri” come Ivo Pitanguy, Fernando Ortiz Monasterio e Daniel Marchac.

“È un grande riconoscimento per l’Italia e per la nostra chirurgia plastica – ha detto Klinger -. Un omaggio all’altissimo livello scientifico e clinico raggiunto dalla specialità nel nostro Paese”, che in questa ultima edizione del congresso internazionale è stata la ‘guest nation’.

Dalla ricostruzione mammaria alla chirurgia delle malformazioni

La chirurgia plastica mammaria è il tema su cui si è focalizzato il professor Klinger durante la sua lecture, “Fat and Periareolar Approach: Science and Skills in Breast Surgery”, con cui, in circa 30 minuti di intervento, Klinger ha illustrato i suoi più importanti studi, frutto di oltre 15 anni di ricerca e applicazione, dedicati alla ricostruzione mammaria e all’utilizzo del grasso autologo, derivante cioè dal paziente stesso.

“L’utilizzo del grasso e la tecnica periareolare, che comporta cicatrici piccole e di fatto non visibili in quanto posizionate attorno all’areola, hanno rivoluzionato la chirurgia mammaria – ha spiegato Klinger –. L’abbinata di questi due elementi consente di affrontare in modo nuovo tantissimi casi di ricostruzione post-onocologica e di affrontare con risultati straordinari un problema sempre più diffuso, sul quale mi sono concentrato con la pubblicazione di due studi, le anomalie mammarie”. 

Le anomalie mammarie

Il luminare ha inoltre presentato alcune evidenze emerse in 6 anni di ricerca e osservazione delle pazienti, condotta insieme allo staff di Humanitas: “circa la metà delle donne che dal 2009 al 2014 si sono presentate per un intervento di aumento (il 48,5%, per l’esattezza) e quasi la metà di quelle che desideravano ridurre il volume delle proprie mammelle (esattamente il 47,3%) presentavano in realtà un seno stenotico, quindi un’anomalia mammaria”, ha spiegato Klinger. “Senza individuarla e senza programmare l’intervento di conseguenza, non è possibile ottenere un risultato estetico veramente gradevole e corretto. Nello studio successivo, pubblicato l’anno dopo – ha continua il professore – abbiamo messo a punto uno strumento classificativo, proprio per aiutare i chirurghi ad affrontare questi casi, sempre più diffusi probabilmente per aspetti riconducibili all’alimentazione e all’inquinamento”. “Questo significa che spesso, anche dietro alla richiesta di un intervento chirurgico, si cela un’insoddisfazione non sempre riconosciuta dalle pazienti per una forma che non è considerata corretta ed è anzi anomala”.

La correzione di queste anomalie richiede un “eclettismo tecnico completo” perché non si risolvono semplicemente con l’inserimento di una protesi. E’ un lavoro complesso, in cui è necessario rimodellare l’intera ghiandola, che molto spesso ha un volume diverso dall’altra. L’utilizzo del grasso autogeno, infine, rende il risultato più naturale.

Chirurgia plastica italiana: un confronto con Usa e Brasile

Gli Stati Uniti e il Brasile sono paesi da sempre riconosciuti come all’avanguardia nel settore della chirurgia plastica estetica e ricostruttiva. Da tempo anche l’Italia vanta eccellenze nella ricerca e nell’applicazione per quanto riguarda la chirurgia. Ne sono prova proprio l’assegnazione della Maliniac Lecture al professor Klinger e l’invito alla Società Italia Chirurgia Platica Estetica Ricostruttiva come ‘guest nation’ al congresso di Chicago.

Ma come è cambiata chirurgia plastica in Italia? E in cosa si differenzia da quella statunitense e da quella brasiliana?

“Sicuramente negli ultimi anni hanno influito tre cose: la biotecnologia, le nuove tecniche e la fantasia”, ha spiegato il professore Kilinger. In particolare “la ricostruzione mammaria ha subito una grande evoluzione negli ultimi anni grazie a diagnosi sempre più precoci e all’utilizzo sempre più esteso del grasso come “filler” per ripristinare i volumi in seguito agli interventi oncologici e come principio biologico rigenerativo, grazie alla presenza di cellule staminali adulte in grado di migliorare moltissimo la qualità dei tessuti irradiati”, ha spiegato il professore. “Ricostruzione post-onocologica a parte, il grasso è un vero passepartout  in chirurgia plastica, anche e soprattutto nella correzione delle anomalie mammarie”.

Nel trattamento delle anomalie mammarie attraverso la chirurgia plastica, negli States si è sempre puntato sulla massima standardizzazione degli interventi con protocolli, “un approccio che mostra grandi limiti a fronte di evenienze che sono, per definizione, una diversa dalla altra come nel caso delle anomalie mammarie”, ha chiarito Klinger. “Un protocollo standard in questi casi, quindi, uguale per tutti non mi darà mai un buon risultato. E’ necessario avere la capacità di personalizzare gli interventi su misura della paziente. Non esiste la possibilità di standardizzare l’intervento, perché ogni caso è diverso dall’altro e spesso la migliore soluzione abbina l’impiego di protesi, quello del grasso e quello di tecniche molto raffinate, come l’approccio periareolare”.

   La chirurgia brasiliana, invece, a differenza di quella italiana pone molta attenzione alla forma e all’esito dell’intervento chirurgico – una forma armonica del seno, una pancia piatta e ben tirata – ma non presta sufficiente attenzione al risultato finale ‘post-operatorio’, in particolare alle cicatrici. 

  In un intervento che non segue a una malattia l’aspetto estetico è più che mai importante e la possibilità di avere cicatrici praticamente invisibili è molto preziosa. “Ormai da anni e sempre di più in Italia, utilizziamo la tecnica periareolare anche negli interventi di mastopessi, il cosiddetto lifting del seno che viene eseguito su pazienti che in seguito all’allattamento o al passare degli anni presentano mammelle ptosiche. Incisioni solo attorno all’areola permettono di correggere ‘cadute’ lievi, praticamente senza segni chirurgici”, ha concluso Klinger chiarendo che anche l’approccio delle pazienti verso la chirurgia plastica, in geenrale, oggi è diverso. “Mentre anni fa la chirurgia plastica era considerata quasi da jet set e da star, ormai vi ricorrono persone di tutti i tipi, anche ragazze molto giovani che non si sentono bene con se stesse”.

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