La cataratta è una patologia oculare molto comune, in particolare dopo i 60 anni. Si tratta dell’opacizzazione del cristallino, la lente dell’occhio che mette a fuoco le immagini da proiettare sulla retina.

Per curare la cataratta è necessario l’intervento chirurgico e – negli ultimi anni – la novità risiede nel laser a femtosecondi. Ne parliamo con il professor Paolo Vinciguerra, Responsabile di Humanitas Centro oculistico e docente di Humanitas University.

Un intervento comune ma non banale

“L’intervento di cataratta consiste nell’asportazione della parte opacizzata del cristallino e nell’impianto di una lente sostitutiva di materiale plastico; nel corso degli anni, grazie ai progressi tecnologici, l’intervento è più rapido e meno invasivo.

È importante però sottolineare che ciononostante l’intervento di cataratta non è banale e non va dunque sottovalutato: si tratta di una procedura molto delicata che necessita non solo delle attrezzature adeguate, ma anche dell’abilità e dell’esperienza del chirurgo. È altresì importante che il paziente, prima dell’intervento, sia sottoposto a uno screening adeguato, con esami diagnostici che ne valutino il quadro in maniera completa”, spiega il professor Vinciguerra.

Come avviene l’intervento di rimozione della cataratta?

“L’obiettivo dell’intervento è la sostituzione del cristallino preservandone la capsula naturale che è costituita da un involucro sottilissimo di soli 5 micron di spessore (si pensi che un capello ha un diametro dell’ordine di 60 micron).

La sostituzione chirurgica del cristallino può essere effettuata con vari metodi e nel corso degli anni la procedura è andata incontro a diverse evoluzioni: un tempo si procedeva con tecniche meccaniche, come la metodica intracapsulare prima ed extracapsulare poi (la prima prevedeva il congelamento del cristallino e la sua successiva rimozione, mentre la seconda si caratterizzava per un taglio chirurgico in più punti della cornea  fino a raggiungere un’apertura di 12 millimetri e la spremitura del cristallino verso l’esterno); si è poi passati all’aspirazione del materiale di cui è costituito il cristallino,  dopo averlo fluidificato con gli ultrasuoni.

La novità è il laser a femtosecondi, che divide il cristallino in tanti piccoli blocchi per poi aspirare il materiale da rimuovere senza dover usare gli ultrasuoni, prosegue lo specialista.

Il laser a femtosecondi

“Il laser a femtosecondi offre molti vantaggi in termini di precisione e sicurezza. Lo strumento emette una luce a infrarossi (della durata di un femtosecondo), una sorta di filo luminoso che genera il taglio della cornea e l’apertura della capsula contenente il cristallino. Questo viene diviso in tanti piccoli cubi che vengono poi aspirati agevolmente.

Il laser permette di intervenire con accuratezza e precisione, anche grazie alla ricostruzione tridimensionale dell’occhio che viene effettuata in fase pre-operatoria mediante una tomografia ottica computerizzata (OCT).

Questa tecnica elimina le fasi più critiche della chirurgia tradizionale rendendo l’intervento ancora più sicuro, permette inoltre di posizionare la lente con maggior precisione, garantendo ulteriore qualità alla vista del paziente”, precisa il prof. Vinciguerra.

Le lenti che correggono anche i difetti di rifrazione

“Un’altra novità riguarda le lenti. Presso Humanitas Centro Oculistico sono disponibili diversi tipi di lenti che correggono non solo l’opacità del cristallino, ma anche eventuali difetti refrattivi del paziente. Ne sono un esempio le lenti EDOF cioè lenti che consentono la messa a fuoco contemporanea da vicino e da lontano senza gli inconvenienti delle lenti multifocali (aloni notturni, qualità visiva ridotta) che correggono contemporaneamente miopia e presbiopia e dunque consentono di vedere sia da lontano sia da vicino, o le lenti toriche, per la correzione dell’astigmatismo. Le lenti dunque andranno scelte alla luce delle caratteristiche e delle esigenze del singolo paziente”.

Fondamentale una diagnosi accurata

“Prima dell’intervento è necessario uno screening preliminare adeguato, con esami diagnostici che valutino il paziente a 360 gradi. Ne sono un esempio:

  • Ecobiometria: l’esame che valuta le caratteristiche delle lenti da inserire al posto del cristallino opacizzato.
  • Biomicroscopia dell’endotelio corneale, per valutare le condizioni della cornea e individuare eventuali condizioni che possano aumentare i rischi legati all’intervento.
  • Ecografia bulbare, per valutare la morfologia della retina e della cavità interna dell’occhio laddove la cataratta sia talmente grave da non permettere l’esplorazione profonda delle strutture con altri esami.
  • Topografia e tomografia corneale cioè la determinazione dello spessore e della forma della cornea (la lente più importante dell’occhio. Questi esami consentono una determinazione più precisa della lente da inserire al posto del cristallino naturale.

Possono inoltre essere utili ulteriori esami della retina, della cornea o di altro tipo”, conclude il professor Vinciguerra.