Negli ultimi decenni i fattori di rischio delle patologie che si sviluppano nell’esofago sono molto cambiate: tra le cause diversi elementi, tra cui l’ambiente, lo stile di vita, le abitudini alimentari. È cambiato di conseguenza anche l’approccio clinico, così come la diffusione delle patologie, le prognosi e in ultimo le opzioni terapeutiche per le patologie dell’esofago. Grandi passi avanti sono stati fatti in particolare nell’ambito dei tumori maligni e degli approcci medici e chirurgici, in continuo rinnovamento per migliorare le possibilità di guarigione e ridurre i possibili esiti.

Ne abbiamo parlato con il professor Carlo Castoro, di Chirurgia Generale Esofago Gastrica in Humanitas. 

Il tumore all’esofago: come è cambiato

“Negli anni Ottanta il tumore all’esofago più frequente era quello squamoso, nel tratto superiore, rispetto all’adenocarcinoma che si localizza al tratto inferiore e al cardias (la giunzione fra l’esofago e lo stomaco) – ha spiegato il professore -. Nel tempo l’incidenza, ovvero il numero di nuovi casi, di tumori all’esofago è aumentata e in particolare è salito il numero di casi di adenocarcinoma”.

“Il motivo di questi cambiamenti – ha chiarito Castoro – non è stato ancora perfettamente interpretato, ma si pensa a una serie di possibili elementi ambientali legati all’alimentazione, al fumo, all’alcol, al tipo di terapie utilizzate per inibire la secrezione acida dello stomaco, all’aumento dei casi di esofago di Barret, all’invecchiamento della popolazione”. 

Nuove frontiere terapeutiche: sopravvivenza a lungo termine raddoppiata

Come spiegato, nel corso degli anni grazie al lavoro di studio e ricerca, sono cambiate le possibilità terapeutiche per trattare il tumore: “Una volta la prognosi del carcinoma dell’esofago era infausta: c’è stato un netto un miglioramento dei risultati a distanza del trattamento chirurgico, combinato con chemioterapia e radioterapia. Non tutti guariscono, ma la sopravvivenza a lungo termine, dopo 10 anni dall’intervento chirurgico, è più che raddoppiata”, ha affermato il professor Castoro.

 “Questo miglioramento è dovuto a diversi fattori: la migliore qualità della chirurgia (chirurgia mini-invasiva, sia toracoscopica sia laparoscopia, chirurgia robotica), la crescita della cultura oncologica del chirurgo, l’associazione di trattamenti (chirurgia con chemioterapia e radioterapia), con una valutazione multidisciplinare della strategia terapeutica”. 

Un lavoro di squadra, per il paziente

Questi numeri di successo, sottolinea il professor Castoro, provengono dai casi seguiti dai centri di riferimento per queste malattie: “Sono centri che seguono un gran numero di pazienti e in cui la qualità di cura non è legata solo all’abilità del chirurgo, ma anche alla cultura chirurgica, anestesiologica, medica complessiva nel farsi carico del paziente globalmente”.

Un lavoro di gruppo che permette, associando diversi trattamenti, di modificare la radicalità dell’intervento, di scegliere l’approccio migliore in considerazione delle diverse caratteristiche del paziente: “Quello che stiamo imparando è individualizzare il trattamento: seguiamo le linee guida e gli studi clinici, ma ogni paziente è diverso, è fondamentale adattare le nostre conoscenze al singolo caso”, ha concluso il professor Castoro. “Lo specialista di oggi deve prendere per mano il paziente (e la sua famiglia) e accompagnarlo in tutto il suo percorso, in una presa in carico complessiva, dall’accessibilità alle cure e agli esami, alla corretta interpretazione di questi ultimi. Prima di essere specialisti in chirurgia o superspecialisti in un ramo di questa siamo medici e ogni paziente è unico”.

Tra le principali patologie che il chirurgo approccia in modalità multidisciplinare, in collegamento con altri specialisti, ci sono oltre a tumori maligni e benigni, anche il cosiddetto esofago di Barret, acalasia e disordini della motilità dell’esofago, il reflusso gastroesofageo con ernia iatale e i diverticoli dell’esofago.

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