Dal 25 al 28 settembre Valencia ha ospitato il XXXII Congresso della Società Europea di Chirurgia Vascolare (ESVS).

Anche Humanitas ha contribuito con le sue eccellenze di ricerca e sperimentazione nella chirurgia vascolare presentando, in seduta plenaria, il protocollo ERAS per la chirurgia degli aneurismi aortici. L’esperienza di Humanitas ha suscitato grande interesse dell’auditorio, e numerose sono state le manifestazioni di apprezzamento e le richieste di collaborazione ottenute in ambito congressuale.

“La chirurgia tradizionale dell’aorta addominale, consente la guarigione completa dalla malattia, al prezzo di un intervento ad elevato impatto sul paziente, caratterizzato da prolungati tempi di degenza e di ripresa funzionale post-operatoria”, ha detto Giorgio Luca Poletto, Aiuto dell’Unità Operativa di Chirurgia Vascolare I di Humanitas, diretta dal prof. Efrem Civilini.

Il Protocollo ERAS: multidisciplinare e multi-modale

Dal 2007 in Humanitas si studiano metodiche che possano “ridurre l’invasività  chirurgica, mantenendo un ridotto tasso di complicanze e consentendo un recupero più rapido al paziente”, ha spiegato Poletto.

 “Dal 2015, sulla scorta di analoghe esperienze effettuate in Humanitas soprattutto dalle Unità Operativa di Chirurgia Colo-rettale e Bariatrica, abbiamo implementato un percorso, denominato ERAS (acronimo per Enhanced Recovery After Surgery, cioè “miglior guarigione dopo chirurgia”), che consente, grazie ad un approccio multidisciplinare, di superare i limiti della chirurgia aortica tradizionale”.

Poiché pochissimi centri nel mondo hanno deciso di adottare un simile protocollo, “rivoluzionario,  abbiamo dovuto ‘inventare’ il percorso ERAS per la chirurgia aortica, aiutati tuttavia alla struttura collaborativa di Humanitas per l’ottimizzazione delle risorse”, ha chiarito Poletto.

Un processo che ha visto l’attiva cooperazione fra chirurghi, anestesisti, fisiatri, fisioterapisti ed infermieri. 

Applicare il protocollo ERAS significa coinvolgere il paziente sin dalla prima diagnosi: “è finalizzato in primis a modificare i fattori di rischio in vista dell’intervento, e successivamente a minimizzare lo stress chirurgico intra- e post-operatorio. Tutto ciò ha consentito di ridurre il tasso di complicanze post-operatorie, contemporaneamente aumentando il grado di soddisfazione del paziente e dimezzando i tempi di degenza”, ha concluso Poletto.