Il rapporto annuale di Cancer, una delle più importanti riviste scientifiche in campo oncologico, afferma che, negli Stati Uniti, negli ultimi dieci anni il numero di decessi per tumore è diminuito di quasi il 2% l’anno. Due terzi di questa riduzione riguarda le quattro sedi tumorali più comuni (mammella, prostata, colon retto epolmone). Il rapporto sembrerebbe mostrare risultati positivi e la tendenza è evidentemente costante. Ne abbiamo parlato con il dottor Armando Santoro, direttore di Humanitas Cancer Center.

Dottor Santoro, da cosa dipendono i buoni risultati ottenuti oltreoceano?

Bisogna dire, prima di tutto, che il sistema sanitario USA è differente: essendo basato sull’assicurazione privata, la parte di popolazione che è assicurata è maggiormente incentivata a tenere sotto stretto controllo il proprio stato di salute, attraverso esami e visite mediche frequenti, cosa che in questa circostanza porta con se un vantaggio. Certamente, in ogni caso, in prima linea vi sono la diagnosi precoce e la prevenzione. Su questi temi negli USA c’è grande consapevolezza, non solo da parte della comunità scientifica ma anche dei cittadini stessi, che sono continuamente esposti a campagne informative rispetto all’importanza di una diagnosi precoce e della prevenzione. In questo senso agisce anche una forte campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica associata a leggi ad hoc, quali quelle contro il consumo di tabacco e l’alcoolismo. Cercare di combattere il cancro senza “consapevolizzare” la popolazione rispetto ai rischi di alcool e tabagismo è come mandare in battaglia un esercito di soldati con una benda sugli occhi.

 

È possibile essere altrettanto ottimisti per il futuro delle malattie oncologiche in Italia?

La situazione generale dell’Europa è assolutamente paragonabile a quella degli Stati Uniti, seppure vi siano alcune differenze. Il problema, semmai, sono le distanze che si notano fra i vari paesi e, soprattutto, fra le diverse aree geografiche, anche all’interno della stessa nazione. Di certo, in Italia esistono molti centri di alto livello e questo è riconosciuto anche dalla comunità scientifica internazionale, che ci considera una realtà di primo piano, sia dal punto di vista degli standard terapeutici che da quello della ricerca. Credo che quello su cui si debba migliorare di più sia la consapevolezza delle persone, dei pazienti; creando adeguate campagne di sensibilizzazione, per esempio, si potrebbe migliorare molto la diffusione e l’adesione ai programmi di screening e all’attuazione di stili di vita che possono nettamente ridurre il rischio di sviluppare un tumore. Negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo, ma è ancora troppo poco, e le iniziative che vengono prese spesso non fanno parte di un piano complessivo che, coordinando gli sforzi, li renderebbe più efficaci anche singolarmente.

 

Dottor Santoro, da cosa dipendono i buoni risultati ottenuti oltreoceano?

Come si può facilmente dedurre dai dati del report di Cancer, che peraltro sono stati preparati dall’American Cancer Society e dal National Cancer Institute statunitense, due fra le istituzioni sanitarie più influenti a livello mondiale, il miglioramento c’è stato soprattutto per i tumori più frequenti, i cosiddetti “big killers”. Questo è probabilmente determinato dal fatto che una casistica più ampia facilita le campagne di screening su larga scala e consente anche un più facile sviluppo di progetti di ricerca. Comunque, per incrementare i risultati favorevoli nella lotta al cancro diventa fondamentale un attacco globale che metta in campo tutte le strategie disponibili, che vanno dalla prevenzione allo screening, dallo sviluppo di tecniche chirurgiche sempre meno invasive e con minori complicanze, all’utilizzo di apparecchiature radioterapiche sempre più sofisticate, alla ricerca di nuovi farmaci sempre più mirati verso le cellule tumorali ed all’ulteriore incremento delle strategie di immunoterapia che sta portando risultati favorevoli in alcune neoplasie, come per esempio il melanoma. Si tratta di una sfida difficile, ma possibile.