La ricerca sul cancro ha raffinato le tecniche diagnostiche rendendo possibile l’individuazione del tumore quando ancora è in fase di formazione e scongiurando, quindi, i rischi associati a una diagnosi tardiva. Molto c’è ancora da fare, invece, per ridurre gli effetti collaterali per il paziente, come ad esempio la quantità di radiazioni cui viene sottoposto. Ne ha parlato il dott. Arturo Chiti, Responsabile di Medicina Nucleare, in un’intervista su Panorama.

PET

Tumori, quali tecniche diagnostiche?

Per un paziente che ha subito un’operazione di tumore e che deve sottoporsi ad accertamenti negli anni successivi, le due tecniche più utilizzate sono sono la Tac (Tomografia Assiale Computerizzata) e la Pet (Tomografia a Emissione di Positroni). La Pet espone ad una dose più bassa di radiazioni, perché registra le emissioni di un radiofarmaco introdotto nell’organismo. “Anche quando viene usata in combinazione con la Tac – spiega il dott. Arturo Chiti, Responsabile di Medicina Nucleare – il risultato finale è una riduzione delle radiazioni. La Tac che si aggiunge alla Pet, infatti, ne ha molto meno rispetto ad una Tac normale”. “In linea di principio – spiega il dott. Chiti – con il giusto radiofarmaco è possibile usare la Pet-Tac per diagnosticare la maggior parte dei tumori”. La Pet potrebbe essere utilizzata più di quanto si faccia adesso, ma i costi sono un fattore determinante (costa circa il doppio di una Tac). Eppure l’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di ciclotroni (circa il doppio della Svezia). “Occorrerebbe concentrare i ciclotroni in poche strutture ben collegate con gli altri ospedali, e rinnovarli”, afferma il dott. Chiti. Solo così sarà possibile abbattere i costi e ottimizzare l’efficienza a vantaggio dei pazienti.