La grande novità clinica per quanto riguarda la cura di alcuni difetti congeniti del cuore, è rappresentata dalle tecniche mininvasive che sostituiscono nella quasi totalità dei casi gli interventi tradizionali di cardiochirurgia. Negli ultimi 2-3 anni si è notevolmente diffusa una tecnica percutanea che può curare in modo definitivo il difetto interatriale e il forame ovale pervio, due difetti del cuore presenti sin dalla nascita, ma di cui spesso ci si accorge in età adulta. Ne parliamo con il dottor Eustaquio Onorato, responsabile dell’Unità Operativa di Cardiologia Interventistica per le malattie congenite di Humanitas Gavazzeni di Bergamo.

Quali sono i principali difetti congeniti del cuore?
“Il difetto interatriale è un’anomalia del cuore per cui nella parete muscolare che normalmente separa i due atri (le due cavità superiori del cuore), si ha un foro attraverso cui il sangue passa dall’atrio sinistro a quello destro. Il forame ovale pervio, invece, è un tunnel che congiunge in modo anomalo i due atri; la sua persistenza è dovuta alla mancata fusione dei due setti del cuore, che normalmente avviene subito dopo la nascita. A causa della presenza di questo tunnel, il sangue tende a passare dall’atrio destro verso quello sinistro”.

Chi è maggiormente colpito?
Il difetto interatriale (che riguarda 800-1000 nuovi casi ogni anno) in genere non causa disturbi nei bambini, ma può farsi sentire negli adulti, provocando affaticamento, mancanza di fiato e aritmie, ossia alterazioni del normale ritmo del cuore. Il forame ovale pervio riguarda un quarto della popolazione italiana (più o meno 15 milioni di persone), ma è rischioso per la salute solo in alcuni casi, circa 12.000 nel nostro Paese. In queste persone, il sangue ricco di anidride carbonica che passa dall’atrio destro a quello sinistro (dove si trova il sangue ricco di ossigeno) può portare con sé dei piccoli coaguli di sangue che arrivano dalle gambe e che possono bloccare il flusso del sangue nelle arterie di piccole dimensioni.

Quali sono gli organi più a rischio?
“Sono il cervello e il cuore, perché gli emboli possono dare origine rispettivamente a un ictus o a un infarto. Ma l’interruzione del flusso sanguigno può riguardare anche le arterie che arrivano alle gambe, alle mani, ai reni e così via”.

Come si interviene?
Nel caso del difetto interatriale si interviene sempre chiudendo il buco che mette in comunicazione gli atri. Nel forame ovale pervio, invece, l’intervento è eseguito solo in quelle persone che hanno già avuto problemi di salute correlati (ad esempio un ictus in giovane età o un’ischemia transitoria in qualunque distretto corporeo). Per le persone che hanno questo difetto senza sintomi si calcola invece il rischio di trombo-embolia (legato ad esempio alle dimensioni del tunnel, alla presenza di fattori di rischio, come l’aneurisma del setto interatriale e la valvola di Eusatquio prossimale) in base ad una scala specifica e si interviene di conseguenza a seconda del problema, anche ricorrendo alla chiusura del difetto. Per il difetto interatriale, la tecnica percutanea può essere eseguita in 9 casi su 10. Solo quando il buco ha dimensioni troppo estese, si sceglie la chirurgia tradizionale in anestesia generale e circolazione extracorporea. La metodica mininvasiva può invece sostituire completamente la chirurgia in tutti quei casi di forame ovale pervio che richiedono la chiusura di tale anomalia.

Qual è la tecnica più innovativa?
“Recentemente una nuova e rivoluzionaria tecnica di immagine (l’ecografia intracardiaca) è stata introdotta nella pratica clinica: essa permette di ridurre ulteriormente l’invasività delle procedure interventistiche percutanee. Il catetere ecografico, introdotto attraverso una piccola puntura a livello dell’inguine, raggiunge il cuore attraverso la vena femorale e grazie alla sonda ecografica mostra le dimensioni del buco o del tunnel al cardiologo, che a questo punto può scegliere la protesi più adeguata da inserire per chiudere il difetto. La protesi è costituita da materiale metallico e ha la forma di un ombrellino che si apre una volta che viene trasportata dal catetere fino al cuore, chiudendo in modo definitivo il foro o il tunnel. L’intervento è eseguito in anestesia locale, dura circa 30 minuti e richiede 2 giorni di ricovero”.

Quali sono i benefici?
“I vantaggi per il malato sono diversi, tra cui quello estetico perché si evita l’incisione sul torace dell’intervento tradizionale, cosa non da poco se si considera che i malati sono soprattutto bambini o giovani. L’intervento poi è sicuramente meno invasivo, dura di meno e non richiede la circolazione extracorporea, rendendo molto più veloce il recupero alla normale vita lavorativa.
Nel caso del forame ovale pervio l’intervento percutaneo può sostituire anche il trattamento a vita con i farmaci anticoagulanti, unica alternativa alla chirurgia fino a pochi anni fa, che però limita notevolmente la qualità della vita. Inoltre la tecnica mininvasiva può ridurre il rischio di recidive degli eventi trombo-embolici come l’ictus”.

A cura di Silvia Rosselli