Il Premio Nobel per la Medicina 2018 è stato assegnato a James P. Allison e a Tasuku Honjo. I due scienziati, che lavorano entrambi negli Stati Uniti, sono stati premiati per le loro ricerche che per la prima volta hanno portato alla luce i meccanismi con attraverso cui le cellule del sistema immunitario attaccano quelle tumorali. I loro studi sono considerati una pietra miliare nella lotta contro i tumori e sono alla base dell’immunoterapia.

 “È un Nobel che premia un sogno, quello della Ricerca in Medicina, lungo 100 anni: utilizzare le armi del sistema immunitario contro il cancro”, ha detto il professor Alberto Mantovani, Direttore Scientifico dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano e docente di Humanitas University.

“James Allison e Tasuku Honjo hanno dato un contributo fondamentale all’identificazione di due freni (cosiddetti checkpoints) del sistema immunitario che, se tolti, riattivano la risposta delle nostre difese nei confronti di molti tumori. La loro scoperta, frutto della ricerca preclinica fondamentale, si è dunque tradotta in un beneficio clinico per numerosi pazienti. Aprendo una nuova frontiera”.

“La ricerca nel settore dell’immunologia e dell’immunologia dei tumori è una delle assolute eccellenza del nostro Paese – ha aggiunto il professore – che ha contribuito in modo determinante allo studio del sistema immunitario così come all’identificazione di checkpoints diversi. Quelli su cui hanno lavorato Allison e Honjo riguardano in particolare i linfociti T, ma ne sono stati scoperti anche altri, che agiscono su cellule diverse del sistema immunitario, quali NK (Natural Killer) e macrofagi”.

“Questo Nobel è dunque un’ulteriore conferma delle speranze concrete che derivano ai pazienti dall’immunoterapia, che in generale, nelle sue diverse forme, ha già fatto registrare importanti successi, dimostrandosi efficace in uno spettro sorprendentemente ampio di tumori. Sono pochi i precedenti simili nella storia dell’Oncologia, forse nessuno”, ha chiarito Mantovani.

 

“Davanti a noi però abbiamo ancora tanta strada da fare per sfruttare al meglio tutto il potenziale che le terapie immunologiche possiedono e hanno iniziato a rivelare. Innanzitutto dobbiamo capire perché non tutti i pazienti rispondono a queste terapie. E, ancora – ha precisato il professore – dobbiamo riuscire a predire quali pazienti possono effettivamente avere un beneficio da questi trattamenti: sia per evitare i possibili effetti collaterali a chi non ne beneficerebbe comunque, sia in un’ottica di sostenibilità delle cure dato il loro costo assai elevato. Inoltre, dobbiamo esplorare la potenzialità di nuovi freni”.

  Oltre alla sfida, però, anche una promessa per il futuro: “riuscire a coniugare al meglio la genetica molecolare del cancro e l’immunologia dei tumori, così da ottimizzare la terapia e individuare i pazienti che ne possono avere un reale beneficio”.